Religioni per la cittadinanza

progetti

Diario | un percorso di dialogo tra media e alta sicurezza

Nel 2019, a Bologna, ho lavorato in coordinamento con  Ignazio De Francesco  presentando un progetto che abbiamo realizzato all’interno della Casa circondariale “Rocco d’Amato” per detenuti comuni e di alta sicurezza. Il progetto s’intitola “Religioni per la cittadinanza”, una ricerca qualitativa sull’emersione della religiosità in detenzione, analizzandone le potenzialità e le criticità. Lorenzo Stanzani, regista bolognese, ci ha coadiuvati in questo percorso e ha documentato l’intera esperienza in un film intitolato “Nel bene e nel male – Dio in carcere”.

origini

«La classe di un carcere è per certi versi una classe come tutte, ma presenta sue sfide specifiche, degne di essere affrontate».

(Stefania Armati, Emilio Porcaro, Lettera ai relatori di Religioni per la cittadinanza, 13.02.2019).

25 febbraio 2019, Casa circondariale della Dozza, Bologna. Sono passate le due del pomeriggio e l’aula della Biblioteca della “Dozza” si sta lentamente affollando dei nostri iscritti al corso “Religioni per la cittadinanza”: una serie di 14 incontri da febbraio a giugno – 10 in Area Penale, 4 in Alta Sicurezza –, per parlare delle religioni, per capire qual è il loro posto nella nostra vita, in generale, e durante il periodo di detenzione, in particolare.

Iniziamo subito presentando ai partecipanti le premesse fondamentali del nostro discorso sul religioso, che sarà il filo rosso di tutti gli incontri. Sappiamo che la religione è tante cose: comportamento, fede, cultura, origini, identità… In altri termini, essa rappresenta qualcosa di diverso per ognuno di noi. Sappiamo anche, però, che come si è liberi di credere, si è liberi nel credere: quindi di non credere in alcun dio, o in altre religioni. Per questo motivo, dalla metà del XX secolo in poi, si è andato affermando sempre di più il principio di laicità contenuto nella Costituzione all’art 19: «Tutti hanno diritto di professare liberamente la propria fede religiosa in qualsiasi forma…», dove alla libertà religiosa viene accordata ampia tutela in quanto essa è espressione generale della libertà personale.

L’intento che ci proponiamo come gruppo di studio è quello di ragionare su temi e dimensioni del religioso, che vedremo declinati grazie alla presenza di vari esperti che ci introdurranno di volta in volta ai vari passaggi di questo articolato percorso.

Metodologia

Come esposto sopra, 10 delle 14 lezioni previste sono state dedicate a circa una ventina di detenuti-studenti dei Corsi per l’istruzione adulti (CPIA) della Sezione del Giudiziario, selezionati tra appartenenti a varie etnie e confessioni religiose (cattolici e cristiani italiani, stranieri, molti musulmani, qualche non credente) da febbraio ad aprile. Alle lezioni hanno partecipato vari docenti, chiamati di volta in volta ad affrontare un ambito specifico legato al tema sulla religiosità. Successivamente, da aprile a maggio, le restanti 4 lezioni sono state destinate a circa 12 detenuti della scuola, nella sezione di alta sicurezza, in considerazione del fatto che per molti di loro la dimensione religiosa è dotata di una straordinaria importanza e va quindi tenuta in debita considerazione nel progetto educativo. Nel corso di questi ultimi incontri sono state selezionate 4 delle lezioni portate al Giudiziario e richiamati gli stessi docenti per offrire anche qui i medesimi contenuti. Per motivi di chiarezza espositiva si vedrà come, nel corso di queste pagine, si sia cercato in più punti di tenere insieme entrambi i contributi offerti dagli studenti delle due aree, specificandoli di volta in volta. Per rendere fruibile e vivida la lettura dell’esperienza, si è anche cercato, laddove possibile, di mantenere nei numerosi virgolettati i ritmi del parlato. La modalità di svolgimento degli incontri segue da vicino quella realizzata con successo con la precedente esperienza Diritti Doveri Solidarietà: presentazione di testi, visione di estratti video sui temi trattati, partecipazione di alcuni docenti esterni accuratamente selezionati tra esperti di religione, costituzionalisti, sociologi, antropol

1. Che cos’è il religioso

Il fattore “R”

«C’è una crepa in ogni cosa, ma è da lì che entra la luce»

(L.Cohen).

La chiave necessaria per affrontare il primo snodo importante del nostro percorso, che riguarda le fonti del religioso, la espone il nostro ospite, Brunetto Salvarani, scrittore, teologo e docente alla Facoltà teologica dell’Emilia Romagna, citando la bellissima frase di Leonard Cohen che ci dice di non nascondere le nostre crepe ma di imparare a riconoscerle e a saperle amare.

Per ragionare sul “fattore R” – ovvero su che cosa sia la religione – il docente inizia il suo ragionamento partendo da un evento storico, che non solo ha interessato il mondo cattolico, ma ha anche segnato profondamente la cultura e la società occidentale: il Concilio Vaticano II. Cinquant’anni fa, spiega Brunetto, dopo la fine del Concilio, stavano uscendo molti libri che parlavano della fine della religione: in altre parole era come se oramai le domande della società non avessero più Dio come unico interlocutore, ma altre branche del sapere via via in affermazione, come la medicina, la scienza, le tecnologie. Sembrava così ipotizzabile che le religioni non avessero più quel peso, quel ruolo che ricoprivano prima. Questa teoria era chiamata secolarizzazione. Tuttavia, in realtà questa idea nel corso di pochi anni è stata presto smentita, tanto che a tutt’oggi, di fronte alla crisi dei sistemi politici e alla delusione che ne è derivata, le religioni sono di nuovo tornate a rappresentare un bacino di speranza.

Ma allora da dove nascono le religioni? Brunetto ci aiuta a entrare nel tema di oggi, precisando quali siano gli interrogativi comuni alla base delle religioni, la cui origine è antichissima nella storia dell’umanità. Non si sa da quando, ma ci sono domande che uomini e donne si pongono fin dall’inizio dell’esistenza: chi siamo noi? Da dove veniamo? Perché ci siamo? Cosa c’è dopo? Questi sono gli interrogativi che ci prendono da sempre e a cui tanti hanno tentato, e cercano ancora oggi, di dare delle risposte. Quindi si potrebbe dire che, nonostante il progresso tecnico-scientifico, le religioni accompagnano ancora la vita umana.

Al termine di questo primo round introduttivo, nella classe alcuni dei presenti, come provocati dalla stessa ricerca di domande ontologiche che hanno mosso la storia dell’umanità, provano a dare essi stessi delle risposte. E così, alla domanda chi siamo, c’è chi dice provocatoriamente «siamo gli schiavi del governo!». Mentre al da dove veniamo molti (che per la maggior parte sono di fede cristiana e musulmana) sono concordi nel riconoscere l’unica origine dell’umanità in Adamo ed Eva. Più interessanti ancora le risposte al cosa c’è dopo, che vede un alternarsi di opinioni su varie tematiche, che vanno dal rapporto con il tempo e la sua caducità: «il nostro tempo è come un volo di farfalla», (detenuto musulmano) fino al tema dell’appartenenza a questo mondo in rapporto a Dio, che determina il nostro stare su questa terra: «questa è la terra di Dio, non l’abbiamo creata noi. Noi, piuttosto, abbiamo creato le differenze, le divisioni, i conflitti, i confini…» (detenuto cristiano).

La chiave del Paradiso

Ma cosa muove questo potere e fa sì che le religioni abbiano così tanto successo? Brunetto ci mostra ora quali sono i due elementi fondamentali che accomunano tutte le religioni. Innanzitutto l’unità: le religioni (dal latino religare, tenere unito) cercano di tenere assieme le persone facendo sì che si crei come una catena che ci tiene tutti agganciati. Su questo primo punto ci aiutano le domande dei presenti, utili per ragionare sulle numerose contraddizioni in seno al religioso: come per esempio la strumentalizzazione delle religioni, non soltanto per motivi economici, o di potere, ma anche per ragioni interne, inerenti l’animo e la personalità di ciascun individuo, come riassume bene questa domanda di un corsista musulmano: «come si trasforma la religione nell’animo di un pazzo, o di un maligno?». Ed è proprio a partire da questa provocazione che Brunetto prende di nuovo la parola per enucleare il secondo punto: le religioni sono un prodotto delicato, da maneggiare con cura, perché è in nome delle religioni stesse che, nel corso della storia, sono state fatte cose terribili.

A questo punto viene però da chiedersi: qual è la religione autentica? Provando a tirare le prime fila del discorso, il teologo ci mostra allora due dimensioni che non possono mai stare l’una senza l’altra. Affinché, infatti, la religione sia vera, essa deve essere al servizio di Dio e degli uomini, insieme. Tale è la via che conduce alla “chiave del Paradiso”. In aggiunta a questo, presenta un ulteriore aspetto sotteso: a volte le religioni vengono sostituite da alcuni modi di fare, alcuni comportamenti, che riprendono delle caratteristiche tipiche del religioso, anche se non è presente un dio.

La domanda di senso sull’autenticità della religione, ci fa spostare rapidamente sul piano personale: come è cambiata la religione stando in carcere? La molteplicità di risposte fornite apre uno scenario sorprendente, che potremmo chiamare di riscoperta. Sembra infatti che molti dei presenti, che prima non praticavano alcun culto – pur essendo cresciuti in un contesto familiare in cui la religione era loro stata insegnata –, nella detenzione abbiano fatto esperienza di un rinnovato rapporto con la religiosità, tale per cui abbiano ricominciato a professare il culto di appartenenza. Si può trarre perciò l’impressione che per molti detenuti la riscoperta della religione in carcere si trasformi sì in un tempo di riflessione, pur restando tuttavia evidenti le incertezze per il futuro: «in carcere pensiamo di più, ma poi quando si esce non si sa cosa succederà» (detenuto musulmano).

Il rischio di un “falso” recupero della persona detenuta, che una volta di nuovo fuori, in mancanza di condizioni adeguate, torna a ripetere lo stesso reato che l’ha condotto in carcere (recidiva), è una delle criticità del carcere da non sottovalutare. Massimo Ziccone, direttore dell’Area educativa della Casa Circondariale Dozza ci viene ora incontro nel rispondere a questa sollecitazione fondamentale – che raccoglie in sé anche il significato ultimo della rieducazione. L’opportunità di un vero cambiamento personale rispetto alle scelte di vita passate, è un traguardo che richiede impegno a operare un cambiamento di sé. Massimo scorge in quel filo scoperto, rappresentato dalla ricerca di religiosità in carcere, un collegamento con le scelte individuali: se è vero che c’è un dio che ci guida e ha un disegno su ciascuno, è anche vero che ognuno è libero di decidere come comportarsi. L’appello che resta fondamentale, dunque, è quello alla la responsabilità personale.

Chiudiamo la prima giornata di oggi esprimendo la nostra gratitudine ai presenti del per il coraggio di essersi raccontati non solo a noi, ma anche gli uni con gli altri. «Noi siamo il nostro racconto», ringrazia Brunetto. La prossima volta partiremo da qui, dalla nostra libera scelta, per affrontare un altro tema importante: la libertà religiosa.

2. Religioni e libertà di coscienza

Cosa significa la parola libertà quando si parla di religione? Con questa domanda Pier Francesco Bresciani, laureato con una tesi in Diritto costituzionale sul concetto di laicità e collaboratore di cattedra all’Università di Bologna, introduce il tema della libertà religiosa. In fila, sul tavolo della nostra saletta, sono disposte la Costituzione italiana, la Convenzione europea dei diritti dell’uomo (CEDU), la Legge dell’Ordinamento penitenziario e una pila di fotocopie, presto fatte passare di mano in mano tra i presenti, con riportati gli articoli che tutelano questo diritto.

Per poter parlare di libertà religiosa, spiega Pier Francesco, è utile partire da un punto di vista esterno, la tutela di questo diritto in senso lato, per poi passare a un punto di vista più specifico – che è anche quello che riguarda i presenti in prima persona –: la libertà di religione e di coscienza in stato di detenzione.

Libertà religiosa

Prendendo perciò in esame il primo aspetto, il testo fondante che tutela la libertà religiosa nel nostro Paese è la Costituzione (artt. 3, 7, 8, 19, 20). Esaminiamo insieme, leggendolo ad alta voce sia in italiano che in arabo, per farne cogliere meglio a tutti i presenti il significato, l’articolo 8 della nostra Carta fondamentale:

«Tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge. Le confessioni religiose diverse dalla cattolica hanno diritto di organizzarsi secondo i propri statuti, in quanto non contrastino con l’ordinamento giuridico italiano. I loro rapporti con lo Stato sono regolati per legge sulla base di intese con le relative rappresentanze».

Pier Francesco ci mostra come in queste poche righe sia contenuto un passaggio “visionario” – se pensiamo agli anni in cui fu redatto questo articolo dai Padri costituenti – verso una comprensione allargata a tutte le confessioni religiose, che vengono qui considerate tutte sullo stesso piano. Dunque, in teoria, anche la Chiesa viene trattata come istituzione indipendente (art. 7), anche se nella prassi è evidente – precisa Pier Francesco – che in contesti come il carcere si avverte una chiara disparità di trattamento delle confessioni religiose.

Nella Costituzione – Pier Francesco riprende ora in mano le fotocopie, indicando un altro passaggio da leggere insieme – il principio della libertà religiosa è sancito in tutta la sua completezza, sia sotto il profilo individuale che collettivo dall’art. 19 che afferma:

«Tutti hanno diritto di professare liberamente la propria fede religiosa in qualsiasi forma, individuale o associata, di farne propaganda e di esercitarne in privato o in pubblico il culto, purché non si tratti di riti contrari al buon costume».

L’articolo evidenzia bene due modi per intendere questa libertà. Il primo è che la libertà religiosa è un diritto incoercibile e inalienabile, ovvero: non può essere richiesta alcuna autorità allo Stato per esercitarlo. «Un altro aspetto della libertà religiosa è la libertà di cambiare fede». Chi parla così è il conduttore del nostro gruppo, nonché volontario del carcere e islamologo, Ignazio De Francesco, che ha una conoscenza approfondita della religione islamica e del rapporto tra fedi e culture, grazie al suo impegno come conduttore di “Diritti, doveri, solidarietà”, la precedente edizione di una esperienza di dialogo tra Costituzione e culture nel carcere della Dozza (2015). Facendo riferimento al Corano, Ignazio fa notare come già solo nelle tre sure: «Non c’è costrizione nella religione» (2,256); «A voi la vostra religione, a me la mia» (109), «Chi vuole creda e chi non vuole respinga la Fede» (18,29), vi siano contenuti principi sulla libertà religiosa comparabili con quelli riportati nella Carta fondamentale.

Il discorso non può tuttavia fermarsi qui, c’è infatti una differenza fondamentale: se nelle religioni si parte da una visione del mondo per cui una cosa o è giusta oppure è sbagliata, al contrario, nel Diritto costituzionale non può essere così. L’intervento di Ignazio dà così adito al nostro ospite per spiegare un secondo modo per intendere la libertà di fede: essa è intesa come libertà di professare qualunque fede, di mutare convincimento o anche di non professare alcuna fede, senza che ciò comporti alcuna conseguenza o discriminazione. Credenti e non credenti hanno gli stessi diritti, per cui anche la libertà religiosa negativa (ateismo) rientra nella libertà religiosa e gode della stessa tutela riconosciuta a quest’ultima dall’art. 19.

In una parola potremmo dire, sintetizzando, che la libertà religiosa è un “corollario” della libertà di coscienza, libertà che consente all’individuo di coltivare ed esprimere le sue convinzioni. Lo stato italiano, dunque, non è indifferente al fenomeno religioso, ma non può aderire a un credo religioso per dovere di operare attivamente sulla società al fine di tutelare i diritti e ridurre le disuguaglianze esistenti.

Religione e detenzione

Per toccare ora con mano il secondo aspetto introdotto a inizio capitolo, la religiosità in stato di detenzione, svoltiamo pagina fino ad arrivare all’art. 26 della Legge dell’Ordinamento penitenziario:

«I detenuti e gli internati hanno libertà di professare la propria fede religiosa, di istruirsi in essa e di praticarne il culto. Negli istituti è assicurata la celebrazione dei riti del culto cattolico. A ciascun istituto è addetto almeno un cappellano. Gli appartenenti a religione diversa dalla cattolica hanno diritto di ricevere, su loro richiesta, l’assistenza dei ministri del proprio culto e di celebrarne i riti».

Pier Francesco fa notare come anche qui, almeno dal punto di vista teorico, la dimensione del religioso sia considerata dal Legislatore un elemento fondamentale per la rieducazione del detenuto, con l’obiettivo di agevolarne il reinserimento nella società. Non sfugge tuttavia una criticità: se abbiamo una Carta fondamentale che tutela la libertà di espressione e di coscienza, come è possibile che sussista allo stesso tempo una Legge che nei penitenziari considera la religione un elemento per la rieducazione? Non solo, c’è anche una seconda criticità che è quella della reciprocità, come mostra bene l’intervento di un detenuto italiano: «però, a parti invertite, noi italiani in un carcere in Marocco avremmo un spazio per pregare?».

Cogliendo subito la provocazione, affatto banale, il nostro ospite ne pone una diversa, partendo da un’altra prospettiva: «secondo voi il fatto che in altri paesi i cristiani non possano esprimere libertà di credo, ci autorizza come stato italiano a reprimere il diritto agli altri?». Queste domande si rivelano importanti, in un gruppo eterogeneo come il nostro, per il continuo stimolo alla riflessione, senza accanimento, su temi spesso cogenti in un’istituzione come il carcere, dove le disparità di trattamento relative alla mancanza di spazi per i culti non cattolici e le problematicità connesse nell’esercizio dei riti “pesano” ulteriormente per le confessioni ancora al di fuori dell’intesa con lo Stato italiano (come le varie chiese evangeliche, l’islam, i Testimoni di Geova). «Per queste confessioni serve un nulla osta rilasciato ad personam dall’Ufficio culti del Ministero dell’Interno» spiega ora Fatima, la mediatrice culturale, precisando che l’amministrazione penitenziaria permetterebbe una volta al mese l’uso della sala adibita al culto del venerdì per i musulmani. «Tempo fa si faceva – continua Fatima – il problema è la mancanza di imam che guidino il culto».

Per assurdo, al termine di questa seconda giornata ciò che riusciamo a trarre, attraverso una domanda posta a tutti i presenti sulle possibilità/limiti all’esercizio della libertà religiosa, è che in carcere la tutela di tale diritto, dal punto di vista dei singoli individui, è avvertita generalmente come valida (diritto di esporre immagini e simboli, diritto di praticare il culto in maniera non molesta nel tempo libero, diritto a possedere oggetti di particolare valore morale non incompatibili con l’ordinato svolgimento della vita nell’istituto, diritto a una alimentazione rispettosa del credo religioso). Mentre, da un punto di vista generale, i fattori discriminanti tra un culto e l’altro si avvertano chiaramente sia per motivi legislativi, sia per motivi legati alla gestione della pluralità religiosa in uno spazio denso come il carcere. Dunque aspetti apparentemente minimi e risolvibili, come l’accesso ai libri per il culto – di cui, specifica Fatima: «in certi casi c’è la tendenza dei detenuti a non riportarli indietro», la poca disponibilità numerica di ministri del culto che incide anche, come abbiamo già visto, sull’accesso agli spazi adibiti per i riti comuni, sono tuttavia quelli avvertiti maggiormente come gravi perché immediatamente confrontabili e giudicati discriminatori. Torneremo su questo aspetto del culto religioso nel prossimo incontro.

3. Contenuti del religioso: la preghiera e i riti

Il rituale delle abluzioni, una bambina che prega e un’anziana donna con in mano un rosario, la preghiera solitaria di un pellegrino nel deserto, un’assemblea di fedeli cristiani, di monaci buddhisti, di musulmani, di sikh e di rabbini, la moschea blu di Istanbul, la moschea di Roma, la sinagoga di Firenze; un tempio indù… Le immagini disposte, una accanto all’altra, sul tavolo della nostra saletta ci offrono lo stimolo di partenza per dare un colpo d’occhio al tema di oggi: le religioni e il culto. Seduti al tavolo insieme a noi ci sono due ospiti, Fabrizio Mandreoli, teologo, e Franco Pilati, psicologo e giudice onorario al tribunale minorile di Bologna.

Perché per un credente la preghiera è così importante? E per un non credente: esiste qualcosa di simile alla preghiera? Alle domande di Fabrizio seguono le risposte entusiastiche dei presenti: «la preghiera è fede» dice uno dei musulmani, ricordando come essa stessa sia il secondo dei cinque pilastri dell’Islam. Per qualcun altro (detenuto musulmano) la preghiera è fondamentale perché «è la scuola dell’uomo, è quella voce interiore che gli impedisce di fare cose cattive» (ndr), e quindi ha a che fare con il comportamento – osserva Fabrizio –; mentre completamente diversa è la posizione di un corsista ateo, per il quale pregare è connesso con il concetto di “appartenenza”: «anche se sono ateo, penso che tutti come esseri umani apparteniamo a qualcuno».

Con un altro quesito utile per incoraggiare alla riflessione, Franco va più in profondità: che cos’è la preghiera per voi? L’esperienza del carcere ha cambiato qualcosa? Un breve silenzio, e poi di nuovo tra i presenti emergono una dopo l’altra le prime mani alzate, questa volta è interessante come ci sia un “noi” sottinteso che accomuna i diversi interventi. Così c’è chi parla di un nuovo equilibrio raggiunto grazie alla preghiera e di una serietà che prima, fuori dal carcere, non trovava spazio nella propria vita; poi c’è chi afferma che pregare sia un sollievo, un aiuto per trovare tranquillità, per astrarsi dai momenti difficili e dalle problematiche personali; e chi infine dichiara di “pregare di più” da quando è in carcere rispetto a prima perché, spiega, «qui ho il tempo di pensare, e nella preghiera chiedo un maggiore inquadramento» (detenuto cristiano).

Ecco quindi un primo punto su cui riflettere: questi ultimi interventi possono essere letti nella chiave interpretativa riportata da Ignazio che abbiamo già adottato nel capitolo precedente (cf. pp.), che analizza l’utilizzo della religione durante la detenzione secondo diverse modalità. In primo luogo come “norma strutturante” che dà senso alla vita e imprime una direzione positiva al comportamento, poi come “efficacia terapeutica”, ansiolitica, rispetto allo choc psicofisico che può accompagnare le fasi più difficili della detenzione, e infine, ci teniamo a sottolinearlo, a livello elementare ma non banale la religione come “strategia carceraria” perché permette di «evadere dal vuoto imposto dalla condizione carceraria, dove il tempo è come sospeso, sembra che non passi mai» (cf. pp).

Di tutt’altro peso sono le risposte sul significato della preghiera provenienti dal secondo gruppo di studenti in Alta Sicurezza, dove (lo ricordiamo) la maggioranza dei presenti è di fede cristiano-cattolica. Qui gli interventi dei partecipanti mettono in mostra due aspetti. Il primo è senz’altro che la preghiera, quando si è in cella, favorisce un riscoperta di valori intimi, quali i legami famigliari e il rapporto che, per alcuni, s’instaura tra la coscienza e il reato commesso, come afferma un detenuto italiano: «ho dato più importanza alla famiglia e al tempo da trascorrere con essa. Sono cosciente di quello che ho fatto». C’è poi chi ammette che pratiche come «l’andare in Chiesa, il partecipare ai riti, e il parlare di me», che prima “là fuori” non faceva mai, ora nella detenzione donano un senso di tranquillità. E infine c’è chi, con uno slancio si spinge ancora più in là e, ammettendo di ricercare il perdono della colpa morale, afferma di pregare perché: «Dio è sceso per quelli come me». Oltre a tutto ciò, c’è un secondo aspetto che emerge ed è quello della preghiera come strategia per “riempire il tempo”. Un dato che non è scontato in uno spazio della pena dai tempi medio-lunghi come quello in cui ci troviamo. Per comprendere come ciò sia possibile, ci aiuta l’intervento di un’insegnate di AS, Desy, che ci dice di aver osservato come queste persone per affrontare la detenzione riempiono il tempo di ritualità per non renderlo “vuoto” e che «la lettura di testi sacri li aiuta a renderli più profondi».

Ma facciamo di nuovo un salto indietro e torniamo ai nostri corsisti del Giudiziario. La sollecitudine dei diversi interventi poco sopra affrontati, rende evidente ai presenti la dimensione del nodo della questione: la preghiera ha a che fare con qualcosa di molto interno, di intimo all’uomo. Si può dire che essa abbia a che fare con le “faccende personali” di ciascuno, come dimostrano le parole usate poco sopra per descrivere insieme il significato di preghiera. Siamo quindi pronti per affrontare un passaggio successivo, che il nostro Fabrizio pone di nuovo sotto forma di quesito: se la preghiera è così intima, come mai allora le persone sentono il bisogno di avere uno spazio fisico per praticarla? Gli occhi di tutti sono ora puntati al centro del tavolo, dove sono disposte a confronto due fotografie: quella dell’uomo che prega solitario nel deserto e quella dei musulmani in preghiera nella moschea. Una voce si fa spazio tra noi: «un luogo in cui ritrovarsi permette di condividere i propri sentimenti con altri e questo fa sentire più forti, più uniti» (detenuto musulmano), «per noi cristiani la messa della domenica realizza il comandamento di santificare le feste» fa eco un’altra voce. Siamo quindi di fronte a un nuovo aspetto: questo della partecipazione e dell’aggregazione di persone nella preghiera comune da un lato, e il raccoglimento nella preghiera personale dall’altro, ci fanno capire che la fede tiene sempre unite due dimensioni, il rapporto con Dio e con gli altri.

Non da ultimo, le immagini della preghiera comune ci permettono di osservare insieme un altro aspetto rilevante: in ogni rito ci sono dei gesti e delle formule che li accompagnano, e che di volta in volta vengono reiterati nel tempo. Anche questi hanno un’importanza fondamentale, spiega ora il cappellano del carcere Marcello Mattè, perché sono segni e simboli complessi da spiegare, ma che per le caratteristiche di immediatezza e universalità, facilitano la comprensione e la diffusione di concetti-chiave positivi delle rispettive religioni. Quello che si vuole cercare di capire insieme è che ciò che hanno in comune formulazioni come “Allah Akbar” (“Dio è grande”) – al di là della retorica tristemente associata al terrorismo jihadista –, che i fedeli musulmani ripetono cinque volte al giorno durante la preghiera, per sentirsi più vicini a Dio e lontani dal maligno, così come i gesti legati al cristianesimo come il rituale dello scambio della pace, o il segno della croce dinanzi all’altare (per citarne alcuni), rispondono tutte a una fondamentale necessità: avvicinare l’essere umano alla verità di sé stesso, metterlo in contatto con Dio.

C’è un altro aspetto però riguardante i riti che non è possibile tralasciare. Ci sembra opportuno porlo in evidenza con il gruppetto di AS attraverso una domanda: così come il mondo religioso, anche la criminalità può avere dei riti? E come si potrebbe allora correggerli? Lo stimolo alla riflessione su tale quesito, ci viene infatti dall’analisi di un’immagine del Ku Klux Klan negli Stati Uniti. La forza evocativa che sollevano particolari come i cappucci calati a coprire il volto, i simboli di sovranità e autoaffermazione, come la bandiera americana o la croce infuocata, destano tra i presenti una sola evidenza: la religiosità e i riti possono essere usati per altri scopi. In una parola, è alto il rischio di strumentalizzazione per obiettivi che non sono la ricerca di un “vero” bene. Come afferma infatti qualcuno: «è una ritualità che serve a dare a sé stessi una giustificazione per tutto quello che si fa». È evidente che il riferimento che vogliamo sollevare, senza nascondimenti, e quello a rituali di affiliazione di stampo mafioso (cf intevista Joseph Arangio a pag???). Meno pregnanti e molto vaghe sono tuttavia le risposte alla seconda sollecitazione: una volta che si è capita la natura di questi riti, come correggerli? Eloquente (non certo per il contenuto della risposta) ma per il tono, è l’intervento di qualcuno: «oggi anche la criminalità non ha più quei riti: la camorra, la mafia di una volta non esistono più. Una volta si insegnava a non mettere di mezzo donne e bambini».

Il passaggio sui riti in entrambi i gruppi, ci consente a questo punto di toccare un ultimo argomento che non è possibile tralasciare: durante la detenzione, quando si prega Dio ci ascolta lo stesso fino in cella? La domanda è cruciale. Abbiamo visto nel capitolo precedente come la religione possa essere utilizzata come strumento di “resistenza” all’istituzione, che può portare ad alcune conseguenze come la radicalizzazione. Portiamo come esempio per il gruppo il caso della radicalizzazione islamica (ma non è l’unica) ovvero: quando la religione con tutto il suo corredo di idee, di valori, di norme e di principi etici offre gli strumenti per formulare giudizi sulla realtà circostante, per dare nome di male e nome di bene a tutto ciò che si sperimenta, dal comportamento dei compagni di cella a quello del personale (Ignazio, cf. pp). Un modus vivendi della dimensione religiosa che finisce quindi per fornire gli strumenti ideologici e anche l’investitura morale per la contestazione individuale e collettiva del sistema.

La ricchezza della diversità etnica e culturale che denota il nostro gruppo di studio, ci porta tuttavia su un’altra strada e questo nostro primo spunto iniziale non viene colto, forse per timore o imbarazzo, e anzi viene subito superato dal gruppo dei carcerati: da una prima reazione al quesito proposta da un detenuto musulmano, profonda per la sua universalità come questa: «la terra è di Dio, lui ci ascolta ovunque noi siamo», passiamo rapidamente a una provocazione di un detenuto ateo che apre una fenditura rilevante, sollevando il problema della “strumentalità” della preghiera per fini personali. Il dilemma è fondamentale: se pregare è in fondo un chiedere, quando si prega domandiamo ciò che noi vogliamo o ciò che Dio vuole per noi? Senza la pretesa di dare risposta a un’antinomia di fondo – anche per i limiti temporali che necessariamente incorniciano il nostro spazio, quasi sospeso, di riflessione – anche oggi chiudiamo il nostro incontro lasciandoci il compito di pensare a quale sia il posto della religione nella nostra vita in generale, nel qui e ora dentro il carcere, cercando di capire come per ciascuno questo diritto rappresenti anche un fattore di miglioramento personale. Il prossimo tassello sarà quello sulle fonti del religioso.

4. Fonti del religioso

Il percorso che stiamo svolgendo è stato pensato, sin dall’inizio, come una serie di incontri di natura “culturale” – un dato questo che vogliamo sempre precisare di fronte ai partecipanti – per riflettere su come la nostra fede possa aiutarci a vivere con altre persone in un contesto di vita comune. In particolare, a seguito di una preoccupazione su un presunto controllo sulle religioni nel carcere (in particolare l’islam) espressa da uno dei nostri corsisti di fede musulmana, è nostra premura sottolineare che si tratta di un progetto nato da un’iniziativa scolastica e che sotto non c’è nessuna intenzione nascosta.

Abbiamo perciò visto finora affrontati, durante questa assemblea di libero scambio multiculturale, vari aspetti del religioso. In un primo passaggio ci siamo chiesti cos’è la religione e quali sono le domande fondamentali che hanno guidato una ricerca umana di senso e significato; poi abbiamo analizzato insieme il rapporto tra religione e libertà di credo con una indagine sulle fonti del diritto che tutelano tale diritto nel nostro Paese. In un terzo passaggio è stata trattata la questione della pratica religiosa, quindi cos’è il culto e quali sono i gesti e i significati che l’uomo esprime con la fede. Oggi con Piero Stefani, studioso e teologo cristiano, ragioneremo sulle fonti della religione. Vogliamo cioè indagare, a partire da ciascuno di noi, quale sia l’origine dell’apprendimento dei contenuti della fede: dove, da chi, quando l’abbiamo appresa?

La lezione non può iniziare però, senza prima fare una premessa. Ci avvaliamo così del numero dei nostri corsisti (in maggioranza musulmani) per riportare e raccogliere qualche impressione a caldo relativa all’ultimo fatto di cronaca internazionale: gli attentati di Christchurch in Nuova Zelanda, due sparatorie avvenute il 15 marzo 2019 che hanno causato la morte di 50 persone e il ferimento di altrettante. Il primo attacco, lo ricordiamo, è avvenuto presso la moschea di Al Noor mentre il secondo presso il centro islamico di Linwood, entrambi i luoghi erano affollati da persone di religione musulmana che praticavano la preghiera del venerdì. «Che cosa si può pensare di questa cosa?» di getto la domanda di qualcuno rompe il doloroso gelo che si aggira ora tra gli sguardi bassi degli astanti. Quella che si anima piano piano è una concitata discussione tra i musulmani: si passa da chi moderatamente afferma che questi «sono crimini contro Dio!» e non soltanto di natura razziale islamofobica; a chi realizza in tono provocatorio che «ora non si può più dire che gli attentati sono opera solo dei musulmani»; fino a chi, a sorpresa, si spinge a esclamare con forza che il fatto di morire in moschea durante la preghiera è considerata una morte santa, e arriva persino a dire «le nostre famiglie sono contente per queste persone uccise». Un’estremizzazione immediatamente raccolta dai nostri esperti, rispetto alla quale si ribadisce invece il dato di ingiustizia sociale e civile di questa strage sia per la convivenza umana sia nei riguardi delle famiglie coinvolte. È sempre rilevante, per il tipo di incontri che stiamo facendo, il riferimento all’attualità per ricordare come le religioni abbiano sicuramente tanti lati positivi, ma (come si vedrà più avanti) ce n’è anche un altro: il problema della violenza che le religioni rischiano di portare con sé.

Prendendo la parola Piero esordisce prendendo spunto dalla metafora tra lingua e religioni. In italiano, spiega, si dice “lingua materna” proprio per indicare quella in cui si è nati e che si apprende dal principio. Se applichiamo tale metafora alle religioni si può notare come per tanto tempo è stato possibile paragonarle: infatti così come si apprendeva la lingua, si imparava anche la religione attraverso la famiglia, la società, il contesto di vita. Ma agli occhi di un non religioso o di uno scettico può quindi sembrare che le religioni dipendano unicamente dal contesto, tanto da non rappresentare di per sé nessun valore assoluto. Tuttavia, se facciamo un sforzo di immaginazione a molti secoli fa e pensiamo a un paese, come per esempio l’Arabia Saudita oggi a maggioranza musulmana, sappiamo che prima coesistevano molte religioni nello stesso spazio, e che probabilmente c’era un momento in cui una persona si trovava a scegliere a quale fede far riferimento. Adesso invece, chiosa il nostro ospite, con l’avvento delle religioni rivelate non basta il contesto in cui si nasce per assumere la fede, ma per certe religioni è necessario fare un atto consapevole di adesione. Un atto che comporta, riprendendo la metafora delle lingue, la conoscenza delle regole: così come ogni lingua ha delle regole per essere parlata nel modo corretto, così anche la pratica religiosa richiede l’osservazione di norme e dogmi. Ma attenzione: può forse esistere una lingua/religione perfetta, ma non esiste una lingua/religione “vera”!

A quest’affermazione le espressioni dei nostri corsisti si mostrano attonite: «cosa significa questo?» domanda incredulo qualcuno. Interessante a questo proposito è il dibattito che si innesca tra i presenti arabi e italiani sull’uso e l’origine della lingua. Per i musulmani c’è un fortissimo legame fra religione e lingua tanto che l’arabo non solo è considerata la lingua di Dio – che ha preso le sue origini nella rivelazione del Corano – ma, come dichiara qualcuno, è anche «la lingua che tutte le genti parleranno quando finirà il mondo». Di rimando, in maniera più scettica, un corsista ateo attribuisce all’episodio della torre di Babele, la leggendaria costruzione di cui narra la Bibbia nel libro della Genesi, un simbolo del fatto che le lingue, non si sa quali fossero, ma già esistevano. Mentre quasi con tono insofferente un partecipante italiano esclama: «sono senza parole, qui sembra che la lingua e la religione musulmana siano superiori, che gli arabi siano i migliori…».

A raccogliere tutte queste esternazioni – prevedibili in un clima di scambio come il nostro, siccome il fine ultimo è proprio questo: ci si può mettere a confronto anche se non si è d’accordo – è di nuovo Piero che, dando lo stesso peso ad ognuna delle sollecitazione proposte, riprende il filo del discorso e aggiunge un nuovo tassello alla nostra riflessione. Nella storia delle religioni, spiega, è sorto anche il cristianesimo che, come sappiamo, non ha una lingua propria a cui è collegato. Anzi, è nato proprio grazie alle “traduzioni”, un concetto importante perché Gesù era nato in Palestina e si esprimeva in aramaico, ma i primi testi che parlano di lui sono scritti in greco. Questa differenza che c’è tra arabi e cristiani nel rapporto con la lingua (lingua di Dio per gli uni, traduzioni e adattamento alla lingua e cultura di arrivo per gli altri) è molto importante nel sollevare una questione: si può vivere la religione così come si parla la propria lingua? Si può comprendere la religione così come si apprende un’altra lingua? Si può convertirsi a un’altra religione? In quest’ottica la pista di ragionamento su cui ci accompagna il teologo è chiara. Con l’ultima domanda, che fa riferimento a quel diritto alla libertà di culto sorto in Occidente, egli solleva una nuova questione: «oggi il problema delle religioni è più vivo rispetto al passato, perché viviamo in società coabitate da religioni diverse e per ciascuno si pone il dubbio di quale religione scegliere, se può convivere con le altre, se può cambiare ecc.».

«Ci sono solo due scelte: credere o non credere, essere buoni o cattivi» tuona ora dal centro della nostra saletta la voce di un corsista arabo del Penale, giustificando come, per la sua credenza, il profeta Muhammad sia venuto per separare l’islam dalle altre fedi. La provocazione non è banale. Ma, senza perdere l’occasione, di nuovo si fa notare il contesto di arrivo in cui le religioni, i popoli, i nostri corsisti stessi, pian piano si mescolano. Il punto su cui ci focalizziamo è proprio questo: un conto è avere la propria fede e ritenere che essa sia la migliore per sé, ma l’acquisizione che ciascuno di noi deve avere è il fatto che l’umanità, per come è composta, è mescolata. Dunque è necessario apprendere come vivere insieme in mezzo a tante fedi diverse.

Ma veniamo adesso all’ultimo passaggio, le fonti. Data l’importanza dell’esperienza personale – si è visto, infatti, finora come nella modalità dell’auto-narrazione, sollecitata attraverso domande, spunti e letture che attingono ai testi più vari, si possa trovare un canale forte di comunicazione e scambio su un aspetto intimo, e al tempo stesso delicato, come la religione – proponiamo ai partecipanti un giro di tavolo di risposte al quesito: dove e da chi avete appreso la vostra religione, e cosa avete appreso? Se dovessimo immaginare una scaletta, in base alle opinioni espresse, troveremmo al primo posto la famiglia, specie per i musulmani per i quali entrambi i genitori hanno avuto un ruolo nella trasmissione della fede, mentre poco o limitatamente alla pratica del culto della domenica per i cristiani. Al secondo posto i libri: un dato interessante è la lettura personale del Corano, in età adulta, per alcuni dei corsisti arabi (ma la maggioranza di loro dichiara di averlo letto solo da bambini con il maestro); così come la lettura personale della Bibbia per i cristiani. Poi, al terzo posto la scuola: parte dei detenuti musulmani ha studiato alla scuola coranica (kuttab), mentre tutti i cristiani hanno partecipato all’oratorio parrocchiale o sono stati iscritti fin da piccoli alle scuole per l’infanzia cattoliche. Interessanti, infine, le risposte riguardo al cosa ciascuno apprende della propria fede e come ciò cambi forma e si modifichi nel tempo. Molto più per i cristiani, rispetto ai musulmani, emerge il dato dell’esperienza, ovvero della religione che cresce e che cambia in rapporto alle età e ai momenti della vita, come in risposta a una ricerca personale (sperimentare Dio nella propria vita) o a dubbi esistenziali. A dimostrazione di quest’ultimo aspetto è rilevante, quasi come lezione di tolleranza e “traduzione” di aspetti simili delle fedi (e quindi anche dei sentimenti religiosi) da una cultura all’altra – la frase di un detenuto cristiano, anziano, che sedendo tra i presenti come un vecchio saggio dall’inizio alla fine dei nostri incontri in Area Penale, afferma: «in fondo tutti noi abbiamo bisogno di pregare, di trovare un dio dentro di noi. Poi che sia Allah o Gesù è la stessa cosa».

5. Religioni e rapporti di genere

Il nostro viaggio attraverso il religioso, a partire dalle fonti (da dove e da chi imparo la religione) alla libertà di culto, fino ai contenuti e alla ritualità religiosa, ci porta ora ad affrontare un altro tassello fondamentale: il rapporto tra uomo e donna nelle religioni. Tenendo sempre ben in mente che il fine ultimo dei nostri incontri è culturale – e che quindi ognuno è libero di esprimere apertamente le proprie convinzioni personali – l’obiettivo che ci prefissiamo oggi è quello di capire insieme come le religioni influenzino i rapporti di genere ai giorni nostri. Ad accompagnarci lungo il percorso sono presenti e partecipano con noi: Barbara Ghiringhelli, etnoantropologa che si è occupata in particolare di matrimoni cristiano-islamici, e suor Elsa Antoniazzi, esperta di rapporti interreligiosi.

Il tema è grandissimo e ci tocca ognuno nel profondo, fa subito notare Barbara, perché ognuno di noi viene al mondo attraverso un rapporto tra un uomo e una donna. Poi, con una prudente anticipazione (l’argomento è delicato, e non solo dentro il carcere) ci fa capire che non esistono convinzioni giuste o sbagliate per discuterne. Ma anzi, aggiunge, quello che dobbiamo fare oggi è innanzitutto interrogarci su che cosa, nella vita di tutti i giorni, ci spinga a relazionarci nei rapporti con l’altro genere (nel nostro caso in particolare: nei confronti delle donne), e successivamente chiederci in che modo tali relazioni siano condizionate da ciò che ognuno di noi ha appreso in parte in famiglia, in parte dalla religione. Per guidarci nel ragionamento a ognuno dei presenti viene consegnato un questionario su cui sono elencati una serie di valori universali, ritenuti generalmente validi, comuni a tutte le culture come: amore, amicizia, solidarietà, impegno, coraggio, ecc… In base a questi valori ci viene ora chiesto di indicare, in ordine di importanza: quelli fondamentali per sé, quelli che si vuole trasmettere ai propri figli, quelli che si ritiene di aver ricevuto dai propri genitori.

Ma, un attimo: «qui manca un valore indispensabile, il rispetto». «Potete aggiungere quelli ritenete utili» risponde sollecita Barbara all’osservazione di uno dei presenti. «Avete notato molta differenza tra le due scale di valori, quelli vostri personali e quelli che vorreste trasmettere?». Spiazzante è la risposta che segue e va dritta al punto: «la differenza è tra l’esperienza che ho avuto io e quello che invece vorrei per mia figlia. Fino a poco tempo fa pensavo che nulla della mia vita potesse esser rovinato, invece ora proprio io che mi ritenevo invincibile sono caduto. Per questo posso dire che i valori che avevo prima non sono serviti a nulla, se ora sono qui» (detenuto ateo). Ma se pensiamo ai valori come le fondamenta di una casa, magari qui in carcere aiuta pensare che ce ne siano alcuni che invece sostengono e danno forza? I presenti ci stupiscono per la varietà di interventi, ora positivi, sulla riscoperta di virtù, magari prima inedite o semplicemente date per scontate, sui cui riflettere durante la detenzione: come l’onestà, l’amore, la fede, la responsabilità familiare «anche verso i compagni di cella», e quella spinta a «rimigliorarsi» sempre (detenuto cristiano) perfino quando si è caduti in basso e si ha sbagliato.

Come la mettiamo però con le risposte ineludibili di chi, invece, afferma che in carcere «non aiuta nulla»? Può forse bastare l’invito a continuare a sperare, come suggerisce ora uno dei corsisti musulmano, mentre dichiara di aver perso sì la pazienza nel carcere, ma non la speranza (raja, speranza divina), che è come un «pezzo di Paradiso» che per lui significa tutto? È necessario allora, interviene suor Elsa, interrogarsi sulla figura dell’unico vero compagno di cella: Dio come ci accompagna? Si tratta di un nodo centrale che tornerà a più riprese nel corso dei nostri incontri.

Ma soffermiamoci ora sui valori di genere. La domanda contenuta nel questionario di elencare i valori trasmessi da entrambi i genitori, ci porta a un ulteriore passaggio: quali sono le differenze tra uomo e donna? Data la maggioranza numerica di arabi nel nostro gruppo, è evidente che molte delle risposte dei presenti si riferiscono alle differenze di genere nell’islam. Questo non si traduce tuttavia in una banale conferma di luoghi comuni sul ruolo della donna, ma anzi – grazie alle sollecitazioni delle nostre ospiti, peraltro donne – diventa un metodo per approfondire e mettere a confronto le idee diverse e possibili. Entriamo così per un attimo in quel che si potrebbe definire un clima di “narrazione popolare” radicata nelle tradizioni culturali, ideale per la discussione con i nostri corsisti di fede musulmana per sollecitarli alla narrazione e alla riflessione su stessi, in vista di una maturazione.

La questione della complementarietà tra maschile e femminile, e della preminenza del maschile sul femminile è la prima ad affiorare, posta da uno dei presenti che afferma, citando il Corano (4,34-35), che il significato della subalternità della donna è dovuto al fatto che «gli uomini sono più forti per lavorare». Questa tesi, fondata sulla logica del “chi paga comanda”, trova nondimeno una confutazione in Barbara, che pone la domanda: «per voi che vi trovate qui, chi è adesso il capofamiglia a casa?». Il disagio che si avverte ora nell’aria è tanto evidente quanto è genuina la provocazione. Questo interrogare i presenti a partire dal loro vissuto e, quindi, dalla loro situazione attuale – la maggioranza di loro ha figli e mogli fuori dal carcere, chi è più fortunato qui in Italia, gli altri hanno lasciato le famiglie nei paesi di origine – è importante per far emergere punti di vista differenti e andare al di là, per quanto possibile, delle tradizioni socio-culturali di appartenenza. Superato il primo imbarazzo una voce afferma: «un hadith del profeta Maometto dice che il paradiso si stende sotto i piedi delle madri». Questo intervento sul riconoscimento della responsabilità del ruolo delle donne nella crescita dei figli e nella cura del nucleo famigliare, che è la base del tessuto sociale islamico, è un passaggio chiave che ci aiuta anche a spostarci su tutt’altra direzione: il rapporto tra uomo e donna. Infatti esso sembra aprire ad una visione di genere più sfaccettata e con un valore universale intrinseco, nonostante evochi una visione stereotipata della donna che in parte conferma la precedente affermazione: l’uomo lavoro e la donna procrea. Anche questa volta la libertà durante questo dibattito ci spinge fino a esprimere domande/provocazioni che a chi le guardasse dall’esterno potrebbero sembrare surreali, come questa: «nell’islam l’uomo ha il diritto di picchiare la propria moglie?». «Nient’affatto, alla base c’è il rispetto» dichiara qualcuno tra i presenti, musulmano, ricordando come tra i due generi ci sia uguale dignità nella coppia. «E le regole in famiglia da figlio a figlia sono diverse?» sollecita nuovamente Barbara. L’alternanza delle risposte mostra ora un panorama di vedute del tutto singolare: si potrebbe dire che qui in gioco c’è il punto di vista dei padri. E così si passa da vedute concezioni di controllo sociale sulla donna (in questo caso sulle figlie) che devono coprirsi e non possono uscire da sole nello spazio pubblico né tantomeno tornare a casa tardi; a ottiche più aperte, come questa di un padre di famiglia cristiano con due figlie grandi, che ammette «se al loro posto avessi avuto dei figli maschi, sarebbe stato uguale».

Siamo a un punto cruciale. Abbiamo infatti iniziato interrogandoci sul tema dei valori e delle relazioni tra generi, fino a giungere al tema dell’uguaglianza di genere. L’argomento è immenso, tanto che merita di arricchirsi anche del confronto con le nuove costituzioni arabe. A tal proposito leggiamo insieme gli articoli 11 e 19 di quella del Marocco, l’articolo 21 di quella tunisina che afferma l’uguaglianza dei cittadini e delle cittadine davanti alla legge e la proibizione di ogni forma di discriminazione, o l’articolo 11 di quella egiziana che attesta il dovere dello stato, oltre che di realizzare la piena parità tra uomo e donna in materia di diritti civili, politici, economici, sociali e culturali, anche quello di proteggere le donne da ogni forma di violenza, o infine l’articolo 2 della Convenzione delle Nazioni Unite sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione della donna (CEDAW) dove, leggiamo insieme: gli stati non solo si impegnano ad eliminare la discriminazione derivante dal corpus normativo nazionale, ma anche quella praticata da «persone, enti e organizzazioni di ogni tipo», nonché a prendere ogni misura adeguata per modificare costumi e pratiche consuetudinarie discriminatorie nei confronti delle donne. Messi a confronto con gli articoli 3, 37, 48 e 51 della Costituzione italiana il quadro che ne abbiamo pare ben preciso: è come se le costituzioni – almeno sulla carta – sulla base dei processi storici propri ad ogni nazione, volessero stabilire atti e propositi della generazione presente e porsi così a salvaguardia del futuro.

Prendendo in mano la Bibbia Elsa fa notare come questa idea di uguaglianza tra uomo e donna in realtà venga da molto lontano: «il fatto che Adamo ed Eva siano stati creati a immagine e somiglianza di Dio significa che i due possono camminare insieme nella vita, e possono aiutarsi reciprocamente». C’è un passo parallelo nel Corano (sura 33:35) dove si parla di donne, uomini e del loro rapporto con Dio che accorda loro «perdono e ricompensa» quando questi si ricordano di osservare i precetti e i comportamenti morali. Si tratta di versetti che ci aiutano a capire un questione fondamentale che vale anche per i cristiani (ma non solo), aggiunge ora Elsa come per lasciarci con un ultimo stimolo alla riflessione: «così come abbiamo visto per le leggi, anche i nostri testi religiosi di riferimento dicono cose molto simili. È infatti nella pratica che molto spesso il comportamento è diverso, ma dobbiamo sempre ricordarci di tornare alla sapienza dei testi (che vanno spiegati) che ci dicono altro e molto di più».

Anche per oggi l’incontro si chiude, ma le porte del dialogo restano aperte – questo è l’intento ultimo del nostro progetto interculturale – la prossima volta parleremo del futuro: come si pone e si modifica la religione attraverso i rapporti intergenerazionali?

6. Religioni e rapporti intergenerazionali

Nell’incontro precedente – alla domanda sul questionario, proposto ai nostri corsisti, circa valori universali ricevuti in famiglia – abbiamo affrontato il tema della “trasmissione” (da trans «al di là» e mittĕre «mandare») da intendere come atto attraverso cui si decide di trasferire, far passare quanto è in sé, o è proprio, su uno o più soggetti. Con queste premesse, andiamo avanti ed entriamo direttamente nel tema della lezione insieme a due nuovi ospiti: Marco Bontempi, sociologo e docente all’Università di Firenze, e Luca Barbari, avvocato e presidente dell’associazione Porta Aperta di Modena.

Il rapporto tra religioni e nuove generazioni, esordisce il sociologo, prevede un passaggio: quello della trasmissione della fede in famiglia appunto, nel quale entra in gioco la questione della differenza e della continuità rispetto a come i genitori parlano della religione, e a cosa essi stessi ritengono importante per loro nella religione. Un primo giro di opinioni tra i presenti è relativo proprio a questo primo aspetto. Alla domanda: chi trasmette la fede in famiglia? emergono i ricordi legati all’infanzia. E così, per qualcuno non sono solamente i genitori a occuparsene (trattandosi di una loro “responsabilità”), ma può essere anche «uno zio o un vicino di casa o una persona anziana o un imam…perché (per l’islam) è una comunità di riferimento». In parallelo a questo intervento, qualcun altro (detenuto musulmano) afferma che l’importante è che chi trasmette conosca il “contenuto” di ciò che sta passando «di solito i primi a farlo sono i genitori, poi man mano anche gli altri».

Cogliendo al volo quest’ultima affermazione ci spostiamo ora con una domanda che va più in profondità: che cosa è importante trasmettere? In famiglia un modo potente per trasmettere i significati è il comportamento, spesso più indicativo delle parole. I genitori, infatti, si comportano in un certo modo e i figli ripetono quel comportamento. In campo religioso può essere il caso di coppie che sono credenti nella maniera in cui hanno imparato a loro volta dai propri genitori, e mostrano ai loro figli quel comportamento in modo che anche loro lo ripetano. È questa, di solito, la modalità attraverso cui viene trasmessa la religione popolare, attenta a certi comportamenti visibili più che ai testi sacri o a una ricerca interiore. Tuttavia, continua il nostro ospite, un aspetto importante del comportamento è il modo in cui viene attuato. Questo significa che lo si può tramandare in modalità differenti, capaci anche di cambiare i significati attribuiti a quel comportamento.

Come folgorato da queste ultime parole uno dei presenti, un giovane ragazzo arabo, rivolgendosi a tutti pone un quesito: «io sono un musulmano praticante. Se mi sposo con una cristiana, anche lei praticante, e abbiamo dei figli che religione trasmetteremo loro? Come possiamo fare?». La domanda è cruciale perché presuppone due passaggi fondamentali: da un lato la possibilità di trovare un accordo tra i due genitori, dall’altro il comportamento da tenere verso i figli. Alla domanda, le reazioni dei nostri corsisti, in particolare i musulmani, si muovono in direzione ostinata e contraria, come in un crescendo di opinioni di graduale intensità. Si procede così attraverso risposte, per così dire, più “nette” come il divieto espresso da qualcuno: «non devono sposarsi» – nonostante non ci sia alcun impedimento per un uomo musulmano a sposare una donna delle religioni del Libro (basate appunto su un testo sacro, la Bibbia, per ebrei e cristiani e il Corano per i musulmani) –; a repliche più moderate, come questa di un cinquantenne tunisino che ritiene si possano sposare, pur mantenendo al tempo stesso un’opinione radicata nella propria visione di fede: «non devi obbligarla ma convincerla piano piano (ad accettare di insegnare l’islam come religione)». Fino ad arrivare a posizioni estremamente più aperte, che derivano dall’esperienza di chi ha conosciuto famiglie dove effettivamente si è verificata questa situazione, come questa di un corsista arabo da anni residente in Italia, che asserisce: «una coppia di miei amici ha fatto scegliere ai propri figli». Infine, è proprio il sociologo a riporre al centro il tema con una sollecitazione: cosa devono cercare allora questi genitori? Quella che segue immediatamente è la risposta a segno di qualcuno: «il bene dei figli!».

Arriviamo così a un altro nodo centrale del nostro incontro: si può trasmettere ai figli una religiosità che ponga al centro le loro esigenze? Cioè un tipo di religiosità dove quello che conta non è la trasmissione del comportamento visibile, ma l’esigenza per un figlio di intraprendere una ricerca personale su Dio e sulla fede? Ma per analizzare questo punto facciamo prima un passo indietro. Qualcuno fra i presenti italiano, suggestionato dall’intervento di un altro corsista arabo che parlava del “viaggio santo” per approfondire la propria fede, afferma anche lui che l’apprendimento o il viaggio nella religiosità lo si può iniziare anche a un’età più avanzata perché, spiega «ci si può trovare in un momento di smarrimento e si sente il bisogno di stare meglio. Per cui tante volte ci si attacca alla preghiera perché c’è necessità di qualcuno che ti sostenga, e in questo caso non c’entra l’età ma il bisogno». Si tratta di un’affermazione che s’inserisce bene a questo punto perché tocca con mano l’aspetto sulla ricerca e sul come collocarsi rispetto alla fede ricevuta. A questo proposito l’intervento di Luca Barbari propone un punto di vista interessante siccome, a fronte dell’assembramento di popoli diversi in spazi di convivenza civile sempre più multiculturali e multi-religiosi, afferma che senz’altro assisteremo (ma già in parte lo stiamo facendo) a un cambiamento nei nostri figli rispetto a come lo siamo stati noi. Per cui «magari – spiega – i nostri figli penseranno di vivere bene la religione loro insegnata, ma in maniera diversa rispetto alla nostra».

Ci proponiamo a questo punto di portare la classe a riflettere su un ultimo passaggio: dalla trasmissione, che prevede il rispetto per la ricerca di fede dei figli, all’acquisizione ovvero a prendere sul serio la fede dell’Altro. Sappiamo infatti, chiosa ora il sociologo, quanto le interazioni interreligiose siano sempre più presenti nella vita quotidiana, e questo cambia profondamente i caratteri del dialogo interreligioso. Oggi le interazioni tra persone di fedi differenti possono essere «una possibilità per chiunque “là fuori” (indica la società fuori dal carcere), ma lo sono ancora di più qui dentro, dove voi avete la fortuna di trovarvi intorno a un tavolo e confrontarvi su questioni molto personali, ma che hanno anche un’importanza per la vita di tutti». Le interazioni interreligiose possono così essere terreno nel quale prende forma un dialogo interreligioso non attraverso il confronto delle risposte, ma tramite la condivisione della ricerca, delle domande di fondo, della riflessione su come ciascuno ascolta l’altro e sulla risonanza che l’altro può dare rispetto alle proprie domande. In una parola, richiamando ora in causa quella ricerca personale di cui parlavamo poco sopra, prendere sul serio la religione dell’altro non è sincretismo ma imparare ad ascoltarsi e a stare insieme sapendo riconoscere proprio in quella ricerca di chi è diversamente credente un aiuto ad andare in profondità nella propria fede, nel proprio viaggio.

7. Religioni e violenza

«Altresì dichiariamo – fermamente – che le religioni non incitano mai alla guerra e non sollecitano sentimenti di odio, ostilità, estremismo, né invitano alla violenza o allo spargimento di sangue (…)». Cita così il Documento sulla fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune firmato congiuntamente, lo scorso 4 febbraio 2019, da papa Francesco e dal Grande Imam di al-Azhar Ahmad al-Tayyeb. Approfittando di questa storica notizia di cronaca, introduciamo i presenti al tema di oggi che tocca un problema molto delicato della dimensione umana: il rapporto tra religione e violenza. Nonostante si tratti di un argomento affrontato in due momenti diversi, prima in Area Penale (AP) poi in Alta Sicurezza (AS), per facilitare la comprensione gli interventi dei presenti saranno qui disposti come si trattasse di un unico incontro, specificando l’Area di provenienza di volta in volta.

L’obiettivo che ci proponiamo è quello di ragionare insieme a partire da due interrogativi intersecati: da dove nasce la violenza e qual è il suo rapporto con la religione? A guidarci nella riflessione è presente tra noi Maria Inglese, psichiatra, che lavora da otto anni al carcere di Parma.

Per gettare un colpo d’occhio e dare subito un’idea di quanto sia pervasiva la questione della violenza nei rapporti interpersonali diamo uno sguardo alle guerre internazionali in corso in questo 2019: in Africa 30 stati, 16 in Asia, 9 in Europa, 7 in Medio Oriente e 7 nelle Americhe. In parallelo, procediamo poi con una lettura del primo conflitto dell’umanità: quello fra Caino e Abele (nella versione della Bibbia, Genesi 4, 1-16, e nella versione del Corano, sura al-Ma’ida 5). Si tratta di un episodio che parla anche dell’oggi, spiega Maria, raccontandoci come nella sua professione le sia capitato spesso di incontrare storie in cui «la famiglia rappresenta il nodo centrale, perché da lì si parte e lì vi si ritorna sempre». La storia di Caino a Abele è come una metafora, aggiunge, «per insegnarci a pensare a cosa succede in ciascuno di noi quando accade un fatto grave – come per esempio un conflitto con una persona a noi molto vicina – e a partire da questo, interrogarci sulle emozioni che subito trapelano, perché dietro i fatti ci sono sempre le emozioni. Alcune di esse però sono difficili da nominare e da affrontare, per esempio l’invidia: da cui spesso ci difendiamo pur di non ammettere di provarla. Ce ne sono altre difficili da accettare che vi vengono in mente?». Alla domanda formulata in AS, i detenuti presenti all’incontro, per la maggior parte di religione cristiana, non si attardano a rispondere. C’è chi nomina la rabbia, il risentimento, il rancore; e chi, facendo riferimento al sentimento provato da Caino, cita l’umiliazione perché, afferma: «quando ci sentiamo umiliati è come se non esistessimo più, come se venissimo calpestati»; qualcun’altro poi indica la delusione per qualcosa che non va come ci si aspettava; e chi infine la paura perché, spiega: «a volte si teme di essere attaccati e si attacca per primi, delusi e si delude, abbandonati e si abbandona».

Per capire però quale sia la correlazione tra emozione e violenza, è interessante/proficuo al fini del discorso confrontare quanto fin qui emerso con quanto si è discusso durante l’incontro tenutosi in Area Penale, al quale partecipavano anche detenuti musulmani e si trattava dello stesso tema. La docente Maria Inglese ricorre al concetto di “trauma” (da greco rottura): è tutto ciò che minaccia il nostro senso di vita «è un’esperienza che ci segna nell’animo». E così, alla richiesta di esprimere se ci siano stati simili eventi lesivi nella propria vita, quella che segue è una scia di testimonianze che narrano di shock subiti – come per esempio: incidenti, parenti in difficoltà, violenze legate all’infanzia, perdite di amici cari, di famigliari, di compagni di cella…– attraverso i quali i presenti aprono sé stessi e si raccontano gli uni agli altri. «Se volessimo fare un paragone – interviene alla fine Maria – anche quando si commette un reato (tutti i reati, anche quelli meno gravi) è come se si stesse rompendo un patto tra noi uomini. E a quel punto c’è bisogno di ricucirlo, perché altrimenti resta una ferita profonda come quelle che avete appena raccontato».

Quando si parla di “patto” proponiamo ai presenti di riflettere a partire dall’espressione non può che balenare alla mente la famosa frase “Homo hominis lupus”: con essa Thomas Hobbes descriveva la condizione dell’uomo nello stato di natura, cioè uno stato in cui non esiste alcuna legge e dove ciascun individuo, mosso dal suo più intimo istinto, cerca il soddisfacimento dei suoi desideri anche a scapito di quanti lo circondano. Con questa teoria il filosofo ha posto una pietra miliare, perché, ci teniamo a sottolineare ad uso dei presenti, porta a pensare che l’uomo di base sia malvagio. La sollecitazione non cade nel vuoto e qualcuno dei presenti di AS prende la parola offrendo al cerchio una immagine poetica nella sua crudezza: «da giovane mi sono ritrovato nella terra dei lupi, e sono dovuto diventare lupo anche io per non essere sbranato dagli altri». Dunque da dove viene la violenza, incalza Ignazio, quando nasciamo siamo già cattivi? «Nasciamo tutti uguali – risponde qualcuno (un detenuto cristiano sempre in AS) – ma sono le condizioni sociali che determinano il carattere e le nostre scelte».

Quest’ultimo intervento ci porta ora su un’altra pista importantissima, che ben si presta a un ragionamento con i presenti a partire dalla propria condizione di detenzione: la libertà di scelta e il ruolo positivo della religione nella riscoperta di valori assimilati fin dall’infanzia. Ci sono studi, spiega sempre Maria, questa volta durante l’incontro in Area Penale, che hanno dimostrato che «l’uomo non nasce violento, semmai è il comportamento che cambia e viene appreso a seconda del contesto in cui si vive». Ma la libertà di scelta è un’altra cosa, aggiunge: «possiamo sempre scegliere come comportarci, imparando a riconnetterci con le parti interiorizzate che abitano in ciascuno di noi e che ci richiamano a valori positivi».

Quindi la religione aiuta a ritrovare la pace o è come «benzina sul fuoco»? In questo clima di scambio a caldo tanto è naturale la provocazione di Ignazio, quanto lo sono ora le risposte dei presenti di AP dove qualcuno ammette francamente che la religione lo sta aiutando perché «ho capito meglio i miei errori e ora sto facendo un percorso per richiedere il sacramento della comunione» (detenuto cristiano), mentre per qualcun altro, un corista arabo più scettico, la religione aiuta a seconda di come la si pratica: «se usi il nome di Dio come pace, questo non succede». Ricompresi anche alla luce di quanto abbiamo descritto nel capitolo precedente, questi interventi raccolgono in nuce tre tipologie di atteggiamento rispetto al religioso che, a seconda dell’individuo, vanno da una ricerca dal tentativo di ristabilire un ordine nella propria vita al bisogno di ri-connessione con sé stessi, fino a una più sostanziale esperienza di unità capace di rimettere l’uomo in comunicazione e apertura verso il mondo.

Ma attenzione: come la mettiamo con il tema della rieducazione? Spiazzante è infatti la domanda di un partecipante italiano in AS che riferendosi alle emozioni nominate poco sopra ammette: «noi in carcere le viviamo tutti i giorni e tutte insieme. Quindi mi chiedo, una volta usciti e dopo quello che ci siamo portati addosso qui dentro, saremo ancora umani oppure animaleschi?» (ndr). A caduta seguono gli interventi dei presenti tra cui Antonio Iannello, Garante comunale dei diritti delle persone private della libertà personale, da cui ricaviamo una lezione: l’obiettivo finale del carcere deve sempre rivolgersi all’essere umano nella società. Deve in pratica riuscire a riabilitare l’individuo, attraverso processi che favoriscano la sua crescita e il senso di responsabilizzazione. E il ruolo dello stato in tutto questo? A venirci in aiuto ora è il brano del Vangelo di Matteo (3, 38-42) che leggiamo insieme al gruppo di AS, dove la maggioranza dei presenti è italiana e di religione cristiana. Ci soffermiamo a riflettere sull’insegnamento di Gesù a porgere l’altra guancia: sono parole che vogliono invitare alla riduzione del senso di vendetta, spiega ora Ignazio, ma è possibile? «In realtà ho sempre pensato che questo brano potesse valere per lo stato – interviene Maria presentandocelo in un’ottica diversa, universale e laica – ovvero: non reagire con violenza, non mettere altro dolore laddove è già presente. Il carcere dovrebbe essere abitato da questa voce».

Una riflessione quest’ultima che ci richiama immediatamente un altro aspetto, quello della giustizia: come è possibile alla fine uscire dalla spirale di violenza che abbiamo agito e che ancora ci agita dentro? A cogliere quest’ultima sollecitazione prima di lasciarci è infine di nuovo Maria che ci parla di un senso di giustizia che ciascuno di noi ha in sé stesso. Quindi, avere affianco qualcuno che ci aiuti a ricordacelo e a rimetterci in connessione con quelle esperienze dell’infanzia in cui siamo stati amati è molto importante, specie nel carcere, per aiutarci a cogliere l’opportunità di cambiare e quindi uscire dalla rete di violenza che ci ha portati fin lì. «Abbiamo però bisogno di qualcuno che dia fiducia nelle nostre possibilità di ripartire e che ci dia gli strumenti per farlo: come la scuola, il lavoro e il personale del carcere capace di avere uno sguardo umano e non giudicante».

8. Religione e città

Il rapporto fra religione e immigrazione è un aspetto che consente di misurare come cambia e si modifica nel tempo la società, di capire in che maniera modelli di integrazione o assimilazione operino nel trasformare il tessuto sociale della nazione, città o paese in cui viviamo. Ci addentriamo così in un altro ambito tematico capace di favorire molto il dialogo e invogliare nei presenti il desiderio di “raccontarsi”. Si è visto, infatti, finora come nella modalità dell’auto-narrazione – sollecitata attraverso domande, spunti e letture che attingono ai testi più vari – si possa trovare un canale forte di comunicazione e scambio su un aspetto intimo, e al tempo stesso delicato, come la religione. Cominciamo con illustrare il materiale informativo: tabelle con i dati aggiornati sulle appartenenze religiose degli immigrati in Italia, in Emilia Romagna e, nel nostro caso specifico, nel carcere), in assenza del nostro ospite il sociologo Pino Lucà Trombetta, è il nostro Ignazio che ne fa le veci.

Una premessa prima di tutto: stando al sociologo Pino Lucà Trombetta, per comprendere in che modo la religione praticata dai migranti contribuisca al processo «necessario e delicato» di inserimento sociale, bisogna capire come questa società è fatta e funziona. In particolare, è necessario chiedersi quale sia il posto della religione al suo interno. Il panorama religioso in Italia ha subito negli ultimi decenni un’autentica rivoluzione: fino a 25 anni fa la fede cattolica era l’unica diffusa su larga scala. Questa situazione però entra in crisi dagli anni Novanta in poi. Da un lato c’è il fatto che gli italiani fanno sempre meno figli, la cifra dei decessi supera quella delle nuove nascite e quindi c’è bisogno di nuove energie, nuovi lavoratori; dall’altro con l’immigrazione di massa si sopperisce a questo calo demografico. E così, da paese di emigranti – si calcola che nel mondo ci siano quasi 60 milioni di oriundi italiani nelle Americhe, in Europa, in Australia – l’Italia diventa paese di immigrazione, con una crescita che passa da 1 milione di unità residenti nel paese all’inizio del millennio agli oltre 5 milioni di oggi, cui bisogna aggiungere oltre 1 milione di stranieri che sono diventati cittadini italiani e gli “irregolari” (senza un titolo legale per risiedere in Italia, stando alla legislazione vigente). Non solo, con le immigrazioni sono entrate in Italia anche le religioni degli immigrati. Molti pensano che l’islam sia quella prevalente, ma i dati ci dicono che non è così. La prima religione dopo quella cattolica è oggi l’ortodossia. Se ad essa aggiungiamo le altre confessioni cristiane (cattolica e protestante), osserviamo che oltre la metà dei presenti sul nostro suolo è cristiana. I musulmani sono circa un terzo, poi vengono buddisti, sikh e induisti. Meno del 10% degli stranieri si dichiara ateo.

Sappiamo però che nonostante il nostro sia un paese laico, e quindi non esiste una religione di stato, la presenza di religioni non cattoliche portate dai migranti pone oggi importanti questioni sul piano politico e culturale. Si potrebbe essere tentati di reagire facendosi due domande, che sottendono più che una esigenza di problematicità, un punto di vista: perché lo stato dovrebbe favorire religioni che non fanno parte della sua storia? Non corre il rischio di perdere la propria identità culturale? La risposta immediata giunge dall’altro capo del tavolo, da parte di un corsista cristiano: «nel ’48 la Costituzione sanava il diritto all’uguaglianza, perciò l’integrazione di questi nuovi cittadini non può che essere un arricchimento». A seguire, altri interventi come questo di questo tenore, in grado cioè di evidenziare il rischio di domande retoriche legate all’identità culturale e alla tradizione, rimarcano il valore positivo delle religioni come elemento di ricchezza, soprattutto tra gli arabi. C’è anche chi arriva ad affermare che la convivenza nel carcere, pur in mezzo a culture differenti, fa diventare non solo compagni, ma fratelli (detenuto musulmano). E chi invece fa notare con una punta di polemica, come per esempio la risposta di un detenuto italiano che sollevando il problema dell’integrazione, afferma: «come in tutte le cose bisogna essere in due: qualcuno che aiuti a integrare, e qualcun altro che voglia farlo». Tornando alla premessa sopra riportata, per rispondere a queste due domande bisogna partire dalla società. Quindi, nel nostro caso, dai fondamenti della Repubblica italiana. Per la Costituzione lo stato italiano laico poggia sui principi di libertà personale e uguaglianza. Non sulla religione. Dunque, il vero rischio che corre l’Italia non è tanto quello di allentare il legame con il cattolicesimo o di perdere la propria identità culturale, quanto invece quello di non riuscire a garantire i diritti di libertà e uguaglianza. A questo punto, la vera domanda da porsi è: cosa comporta tutto ciò nel rapporto dello stato e delle istituzioni con le religioni degli immigrati?

Per rispondere è necessario però fare un passo indietro e chiedersi: qual è l’importanza della religione per gli stranieri in Italia? Stando ai dati ISTAT (mostra tabella n.2) essa è importante per gli immigrati, molto di più rispetto agli italiani: il 71,4% dei musulmani dichiara che la religione è importante per sé, contro il 54,3% dei cattolici, il 58,6% dei protestanti, il 50,5% degli ortodossi e il 35% dei buddisti. Non solo: il 52,2% dei musulmani dichiara di pregare tutti i giorni, contro il 33,3% dei cattolici. Sono numeri che aprono uno scenario interessante su come gli stranieri vivono e rinforzano la propria religiosità. Tuttavia, portiamo all’attenzione dei presenti un altro punto di vista del sociologo Pino Lucà Trombetta: anche l’emigrazione cambia il modo in cui si crede: «le comunità religiose transazionali sono dei gruppi sociali multietnici che rappresentano un’evoluzione dell’identità religiosa anche dei migranti stessi». Ci sorge ora spontanea una domanda da rivolgere ai presenti di fede musulmana (la religione maggioritaria tra i corsisti del Penale): «quindi il fatto che vi troviate in Italia provenienti da diversi paesi, cambia qualcosa nella vostra visione dell’islam?». La differenza, afferma qualcuno, la si avverte eccome: «nel mio paese (il Marocco) è presente la moschea ma nessuno ti obbliga ad andare, qui invece l’islam te lo devi cercare da solo, perché sei in un altro paese e il rischio è quello di perdersi in altre cose come droghe, alcol…», come se quest’ultima strada fosse vista come una direzione obbligata e quindi la religione fosse l’unico argine. Mentre a confermare la tesi del ruolo delle comunità religiose nel creare senso di identità e appartenenza, qualcun altro avverte «un sentimento di maggiore unità religiosa all’estero rispetto al paese di origine».

Secondo ciò che emerge dagli interventi dei nostri corsisti innanzitutto le comunità religiose possono giocare una parte molto importante come veicolo di continuità culturale con i paesi d’origine dei migranti – sono come “una casa lontano da casa” dove si trovano usi, costumi, linguaggi e abitudini familiari – ma allo stesso tempo rappresentano luoghi in cui l’identità ancestrale viene ripensata collettivamente e resa compatibile con la società, permettendo al migrante di integrarsi. Un’integrazione che non è mai da intendersi come assimilazione. Non si tratta di diventare uguali all’altro, ma di cercare un modo per rendere la propria diversità compatibile con quella dell’altro. Dall’altro lato, invece, ci mette in guardia Trombetta, «quando il migrante vuole mantenere la stessa identità culturale e religiosa che ha vissuto nel paese d’origine, oppure se ricerca una purezza astratta e intransigente o si chiude in una lettura rigida dei testi sacri, difficilmente potrà integrarsi». È qui che si avverte allora il ruolo ambivalente della religione: come elemento di apertura e dialogo oppure, al contrario, di chiusura e ostilità.

A conclusione, invitiamo quindi a considerare che il fatto di puntare sull’integrazione significa ragionare in un’ottica diversa. Conclude infatti Ignazio: «bisogna sempre tenere conto che anche le religioni eterne camminano e si modificano nel tempo e che, spostandosi da un posto all’altro, non si “perdono” ma si adattano al luogo in cui abitano». Si tratta in fondo per le istituzioni, compreso il carcere, di mettere le religioni dei migranti in grado di sviluppare il loro potenziale di integrazione e dialogo attraverso la rielaborazione collettiva dell’identità. Con tutto ciò, è significativo l’intervento di una delle docenti del Penale che, a chiusa della discussione, coglie un punto nevralgico della questione ed è utile per cercare di chiudere un po’ il cerchio su quanto emerso finora: noi come istituzione abbiamo un altro compito importante, ricordarci sempre che «l’integrazione nasce laddove c’è un interesse verso l’altro».

9. Legge di Dio / Legge degli uomini

Quale rapporto c’è fra religione e legge? Come possono camminare assieme le leggi religiose con le leggi della società? Con queste due domande Maurizio Millo, magistrato e presidente della Corte d’assise per 44 anni, dà inizio alla lezione di oggi da lui condotta che, come alcuni degli incontri finora presentati, si sdoppia sia in Area Penale sia in Alta sicurezza (ma in queste pagine troverà una cronaca che tiene entrambe le lezioni collegate). Sia in AS che in AP comincia proiettando sullo schermo pochi secondi di tre filmati che hanno fatto la storia. Il primo mostra un passaggio memorabile nella vita della Repubblica italiana: il 27 dicembre del 1947 la firma che sanciva l’entrata in vigore del testo della Costituzione. Nel secondo vediamo l’approvazione della nuova Costituzione tunisina, il 26 gennaio 2014, come importante risultato nell’ambito di quel movimento di protesta conosciuto come “primavera araba”. E infine, nell’ultimo filmato, pochi minuti tratti dal film I dieci comandamenti (1956) che fanno vedere il momento in cui Mosè riceve da Dio le tavole della legge. L’impressione dei nostri corsisti è immediata e tutti colgono subito il messaggio: nei primi due video, la legge degli uomini è dal basso; nel terzo la legge di Dio dall’alto.

Ma procediamo per gradi, Millo ci accompagna in un percorso fatto non solo di spiegazioni ma anche di immagini. Fa scorrere sullo schermo altre scene della storia italiana – il Parlamento, l’Assemblea costituente, i disastri del secondo dopoguerra – per trasmetterci un’idea di fondo: la Costituzione era ed è stata concepita come «progetto che va continuamente realizzato: perché aiuta a costruire una società fondata su valori che ci rendano sempre più umani». Un altro fermo immagine: un iceberg. Ci sono tante cose nella nostra Carta fondamentale che non si vedono ma ci sono. Per coglierle però bisogna fare un passo indietro, e comprendere le motivazioni che spinsero i padri costituenti a scegliere certe cose piuttosto che altre. Quindi, innanzitutto, spiega Millo, è importante capire quali sono stati i drammi vissuti dai costituenti: «essi avevano sperimentato, sotto il fascismo, la vittoria della demagogia sulla democrazia, ed erano consapevoli di quale fosse il sentimento che animava i cittadini italiani sostenitori del regime in quegli anni». Non solo, i costituenti avevano anche sperimentato i disastri della guerra: tra le vittime totali della Seconda guerra mondiale su 71 milioni di morti, si contano 48 milioni di civili (68%), tra cui vanno considerati i tanti stranieri venuti a morire per combattere in guerra. Si capisce solo così, da queste cifre inimmaginabili, come la meditazione su questi fatti terribili abbiano ispirato quei principi fondamentali di saggezza umana e sapienza umanità ed equilibrio istituzionale contenuti nella Costituzione.

Per citare qualche esempio ora il magistrato va a riprendere la frase dell’articolo 1 sulla sovranità che appartiene al popolo. Per quale ragione è stata scritta questa cosa? Perché i costituenti oramai sapevano bene che, per non incorrere di nuovo nel rischio di un regime, la sovranità non solo è del popolo ma deve essere subordinata alle leggi che regolano la nostra Costituzione, esercitate dagli organi di stato. Fondamentale poi, aggiunge Millo, è anche l’articolo 4 che riprende, ampliandolo, quello che l’art. 1 sancisce essere il fondamento della nostra Repubblica. Assegna al lavoro il duplice ruolo di diritto e dovere, per contribuire alla realizzazione dell’individuo e delle sue aspirazioni materiali e spirituali, e quindi al benessere della società tutta.

Il discorso potrebbe continuare per ore ma una domanda spezza la carrellata di esempi: «perché in Italia sbagliamo a votare un governo dietro l’altro?». Il messaggio implicito è evidente, a emergere ora è l’ineludibile dilemma tra la teoria e i fatti. I commenti dei nostri corsisti del Penale convergono tutti sul fatto che sulla Carta fondamentale le cose sono scritte in un modo, ma nella pratica vanno diversamente: la politica e i politici stessi si rivelano spesso imperfetti, le leggi o non sono rispettate oppure sono avvertite come sbilanciate o ingiuste o troppo “dure”… E allora come fare? Ignazio coglie l’occasione per ribattere con una provocazione: non sarebbe forse meglio obbedire solo alla Legge di Dio? Le reazioni tra i presenti sono immediate e divergenti tra loro: c’è chi al Penale ritiene che quella divina sia più severa della Legge umana e chi, invece, in AS sogna una società retta soltanto dalle leggi divine perché, spiega: «sono due leggi che si contraddicono l’una con l’altra» e quella umana porta a «dimenticarti di Dio». Qualcun altro in AP fa una distinzione tra ambiti di riferimento: «la Legge di Dio è per il cuore, quella umana è per le relazioni. Devono essere applicate insieme, sono come due strade che portano verso una stessa direzione». E chi infine, parallelamente in AS, vede nel Vangelo e nella Costituzione due sistemi di legge per vivere bene, a patto che vengano rispettati entrambi.

C’è tuttavia un aspetto importante da sottolineare, a margine di questi interventi, ed è come in AS – dove la maggioranza dei presenti è di fede cattolica – la distinzione tra i due sistemi normativi e la preferenza per la Legge di Dio, venga ricondotta al concetto di perdono. Quasi a voler dire che quest’ultima è preferibile, siccome quella umana sembrerebbe solamente capace di punire le colpe, senza tenere conto del percorso di rieducazione e pena durante la detenzione. Come mostra bene l’affermazione di qualcuno: «non è che siamo noi detenuti a non credere nel reinserimento, sono loro (la società, le istituzioni) che non credono in noi». Oppure sulla stessa linea: «io sono convinto che allo stato non interessi recuperare un detenuto» Siamo di fronte a due argomentazioni simili, che proprio per il contesto da cui provengono, non sono affatto da sottovalutare. Riguardano infatti il sistema di pensiero, il senso di sfiducia e di pregiudizio nei confronti di istituzioni avvertite moralmente come “ingiuste” le quali però a loro volta sono scettiche, laddove soprattutto le voci di  lamentela provengano da un contesto mafioso: Si comprende, allora, in quest’ottica come anche altri interventi su questa scorta, siano da ricondurre a un certo tipo di ideologia che non ha infatti ripetono il mantra della sfiducia nel sistema legislativo dello stato e nutre della diffidenza nei confronti di coloro che ne ricoprono le cariche (i giudici, la magistratura). Quel contesto mafioso è fatto sì di leggi dell’uomo, ma profondamente diverse da quelle dello stato, in cui la legge di Dio è utilizzata in modo strumentale contro quella dell’uomo.

Accettiamo comunque la sfida del dialogo e la serietà e genuinità delle loro istanze cercando di ricomporre le varie discordanze e contraddizioni che emergono dagli interventi e rivolgiamo la nostra domanda direttamente al magistrato: come si può comportare un giudice quando si trova di fronte a leggi su cui la propria coscienza morale non è d’accordo?». La risposta è eloquente: l’indipendenza del giudice vuol dire che egli deve essere autonomo e parziale rispetto alle parti, e quindi libero da pressioni esterne o interne. Il principio della riserva assoluta di legge è perciò una garanzia, spiega Millo, perché significa che ci si deve attenere alle leggi e non a fonti secondarie o consuetudinarie. Nel caso in cui però capitino casi in cui ci sia un conflitto di coscienza, sta al giudice il diritto di dimettersi da quell’incarico in particolare.

Ma se torniamo al piano dei principi generali il discorso non può ancora chiudersi qui: abbiamo visto finora come molti degli interventi dei nostri corsisti convengano sul fatto che la giustizia umana è più debole. Come si può fare quindi per sbagliare di meno? Grazie al magistrato abbiamo visto come due strumenti umani come la Corte d’Appello e la Corte di Cassazione siano imprescindibili per accompagnare la giustizia, ma, nonostante ciò, una sfiducia generale sulla capacità effettiva che le leggi umane offrono all’individuo continua ad aleggiare ora nella classe. A lanciare un sasso nello stagno e aiutarci così a formulare un pensiero alternativo su questo punto offrendoci uno spunto alternativo in grado di ri-contestualizzare/ il discorso sul confronto tra leggi degli uomini e leggi di Dio, è Dino Cocchianella, direttore dell’Istituzione per l’inclusione sociale e comunitaria “don Paolo Serra Zanetti”: sembra che la legge di Dio sia più facile da rispettare perché la si teme di più. Ma questa paura è abbastanza per percorrere bene la legge? In innumerevoli casi (nella Bibbia, nella Torah) si racconta che il rapporto tra la società umana e le Leggi divine non è stato così semplice.

Dunque abbiamo visto finora quanto, in un contesto come il carcere – il luogo più “mescolato” della città, dove si trovano tante religioni, nazionalità, etnie ecc. – sia cogente la questione sull’osservanza delle leggi e i diversi intrecci che si innescano tra queste ultime e le religioni. Tale argomento tornerà fuori anche nell’incontro di chiusura e ci farà toccare con mano il tema della convivenza e della relazione con l’Altro “diverso” da me. Quello che può aiutare, per il momento, al termine di questa giornata con i presenti è proprio questo: far comprendere che la legge è una via di convivenza tra noi uomini – quindi chiaramente soggetta ad errori – ma è anche l’unica strada comune su cui sempre l’umanità deve impegnarsi.

10. Interazioni con l’Altro

«Tratta gli altri come vorresti essere trattato tu stesso / Ama il prossimo tuo come te stesso / Non ferire gli altri in modi dai quali anche tu ti sentiresti ferito / Non fare agli altri ciò che non vorresti che essi facessero a te / Nessuno di voi è un credente fino a quando non desidera per il suo fratello quello che desidera per se stesso / Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro».

È questa la regola generale e condivisa, solo per riportare qualche esempio, attraverso cui gran parte delle religioni – le frasi citate riguardano rispettivamente nell’ordine: induismo, ebraismo, buddhismo, confucianesimo, islam, cristianesimo – fissano il concetto di relazione con l’Altro, colui che è diverso da sé stessi. Parole preziose che si tramandano da secoli e secoli e che risuonano nell’immaginario comune, come una sorta di coscienza assoluta alla base dei rapporti interumani. A livello generale, fa notare Marco Bontempi, (chi è? lo hai già descritto? un richiamo?) seduto di nuovo in mezzo a noi di ritorno da Firenze, si tratta però di un principio di “buona vita” su cui gli individui non si sono confrontati insieme per accordarsi. Ma in ciascuna religione, di volta in volta, qualcuno è arrivato a dire cose simili in epoche e momenti storici differenti. Quindi, la domanda che animerà il dibattito di oggi è la seguente: si può convivere con l’Altro in un clima di scambio e dialogo? Come trovare un accordo comune per lavorare insieme a una società migliore? Di rimando l’immagine che ci viene suggerita da uno dei corsisti è quella del “semaforo rosso”, come metafora del fatto che tra uomini ci si può accordare anche su significati e regole universali che cooperano al bene comune.

E per le religioni, così come per diversi ambiti del diritto, perché si fa fatica a far valere lo stesso ragionamento? Il senso della sfida vogliamo ora porre è sottinteso: se l’umanità riesce a trovare un accordo – addirittura un simbolo comune come il semaforo, divenuto oramai un’icona della modernità – per regolare degli aspetti pratici e, se vogliamo anche etici (legati alla salvaguardia della vita umana, alla sicurezza stradale ecc.), come mai fa fatica a trovare delle somiglianze con la fede e la cultura dell’Altro? In altri termini: perché sussistono ancora degli ostacoli all’apertura reciproca e all’accoglimento della diversità altrui? Il conduttore prova a tracciare una possibile spiegazione: «ci siamo abituati a guardare all’altro, alla sua identità e dissomiglianza da noi attraverso le lenti delle dottrine, o meglio, ciascuno attraverso le lenti della propria dottrina». Ma il paradosso è che «attraverso queste lenti si vedono molto di più le diversità o le somiglianze dottrinali che l’esperienza di fede dell’altro». Il pericolo nascosto nasce quando, per sviluppare un dialogo tra fedi, ci si limita a cercare delle convergenze dottrinali. Il rischio è sempre quello di un fraintendimento. Ciò di cui abbiamo bisogno, chiosa Marco, è la capacità di sviluppare uno sguardo che, a partire dalla propria esperienza di fede, «sappia riconoscere la fede dell’altro non in astratto, nelle norme o nelle dottrine, ma nella vita quotidiana, nelle interazioni tra persone, tra vicini di casa, tra compagni di scuola, tra colleghi di lavoro, tra amici».

«Sì, ma quando le differenze sono avvertite come più forti?» una voce, dal fondo dell’aula, puntualizza di nuovo il problema da un punto di vista “pratico”, legato all’attuazione della propria dottrina. A cogliere il quesito questa volta è il presidente nazionale dell’Unione delle comunità islamiche d’Italia (UCOII), Yassine Lafram che spiega innanzitutto come ciascuna religione faccia appello alla Verità, con la “V” maiuscola, e di come ogni ciascun buon fedele applichi la propria religione perché ritiene che essa sia la via della salvezza. Questo è già un dato comune a tutte le fedi, aggiunge Yassine, ma ce ne sono anche altri: «tutte, infatti, sono incentrate su tre cose: la dottrina, il culto e il comportamento. Quest’ultimo è importantissimo, siccome è la sfera più versatile al confronto col l’altro». Yassine cita ora il profeta Muhammad che diceva di essere stato inviato non per maledire ma per «per perfezionare la nobiltà del comportamento». Una frase che va interpretata nel senso di misericordia, una misericordia da applicare verso tutti (specie verso i non musulmani e i non credenti), attraverso l’applicazione del bet (il bene) del chest (la giustizia). Qualcuno dall’esterno a buon merito potrebbe sollevare la questione dei cosiddetti “versetti di guerra” nel Corano nei confronti dei miscredenti: versetti che non sono da estrapolare e prendere alla lettera, bensì devono essere «dovutamente e storicamente contestualizzati» In altre parole, continua il nostro ospite, il più amato da Dio è chi si comporta in maniera utile e verso il prossimo e con giustizia, che è la base dell’islam.

Ma attenzione: il contesto in cui viviamo è pur sempre quello di una società laica, aconfessionale e soggetta a regole stabilite tra esseri umani. Ci è sembrato quindi inevitabile porci la stessa domanda dal punto di vista giuridico: quali norme di comportamento valgono all’interno di una collettività? Il terzo ospite a intervenire, partecipe per la seconda volta alle nostre lezioni, è Pierfrancesco Bresciani, che ci spiega come in realtà anche in ambito giuridico – nonostante sia garantito il diritto alla libertà di credo, e perciò il comportamento religioso non sia giudicato (se non sulla base di riti contrari al buon costume, art. 19 della Costituzione) – il comportamento “esterno” dei cittadini è tenuto in considerevole riguardo da parte della legge dello stato. Ed è proprio in questo che consiste la visione “alta” della nostra Costituzione, che convoglia radunandoli a sé quei valori dell’etica civile: come il dovere di solidarietà, uguaglianza, giustizia (per citarne alcuni) presenti nei primi dieci principi fondamentali. In questo senso, dunque, «la metafora del semaforo vale anche per il diritto».

Dunque, abbiamo visto finora che su alcuni principi generali, anche religiosi, gli esseri umani possono trovare delle vie per accordarsi. Ma poniamo ora ai nostri corsisti due quesiti concreti. Primo: possiamo vietare attraverso la legge un comportamento soltanto perché esso è in contrasto con le nostre convinzioni religiose (o filosofiche)? Un iniziale giro di risposte riguarda in particolare l’omosessualità. La si può punire per legge? Uno dopo l’altro gli interventi dei nostri corsisti, divisi tra favorevoli e contrari, sono come sempre dimostrativi di quanto il carcere sia “specchio” fedele della nostra civiltà. A intervenire sollecitamente, mostrando come opera in questi casi la legge è Pierfrancesco Bresciani, dottorando in Diritto costituzionale all’Università di Bologna, che ribadisce che il principio di laicità agli artt. 7 e 8, consta proprio nell’evitare questo rischio, ovvero che le leggi siano influenzate dalle religioni per punire determinati comportamenti relegati alla sfera personale. Come è vero che all’art. 2 della nostra Carta fondamentale l’uguaglianza dinnanzi alla legge è stabilità per tutti i cittadini «senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali».

Secondo: possiamo pretendere che i nostri simboli religiosi siano presenti negli spazi pubblici (scuole, carcere, tribunale, ospedali…)? E gli altri potrebbero pretendere che fossero tolti? Su quest’ultimo quesito l’intervento di Marco Bontempi ci aiuta, anche questa volta, a fare il punto. Nei paesi europei, spiega, la questione della religione fuori dallo spazio pubblico si riconduce a tre principi generali: la libertà di culto, l’uguaglianza davanti alla legge (secondo il principio di non discriminazione) e l’autonomia reciproca della Chiesa e dello stato. Tuttavia questo non esclude che le religioni possano partecipare alla vita pubblica: ma «lo possono fare solo se sanno dialogare insieme».

Imparare a dialogare, sapendo stare insieme. Quest’affermazione ci porta di nuovo, come navigatori a un giro di boa, a toccare con mano il fine ultimo non solo della convivenza tra cittadini, ma della nostra stessa presenza qui nella saletta della biblioteca della “Dozza”. Sono stati 14 incontri (tra il Penale e l’Alta Sicurezza) significativi, organizzati per intrattenere con i nostri corsisti un libero scambio all’interno di una cornice tematica di riferimento: quale ruolo ricopre la religiosità nella nostra vita? Quale sistema di valori e di significati le attribuiamo, e quali essa ci rievoca in condizioni e periodi particolari della nostra vita (come lo è appunto anche la detenzione, ma non solo)? Uno scambio che abbiamo cercato di guidare ogni volta con un “ospite” diverso (tra docenti universitari, teologi, scrittori, psicologi, mediatori culturali…) e, di volta in volta, su un argomento specifico. Non sono certo mancate le criticità che, pur essendo al termine di questo percorso, continuano a permanere. Ne abbiamo avute di rilevanti facendo intenzionalmente emergere il rapporto tra le leggi di Dio e leggi degli uomini, la dissonanza (avvertita specialmente in AS) tra il senso della punizione inflitta dallo stato e il pentimento (e quindi il perdono) rispetto a Dio, il significato dei riti e il problema dell’accesso ai luoghi per il culto, chiaramente molto sentito in carcere specie per le confessioni diversa da quella cattolica, e infine il contrasto tra il diritto inviolabile della libertà di coscienza in rapporto con le varie questioni etiche e morali sollevate dalle religioni nello spazio pubblico (come l’esposizione di simboli religiosi o le scelte individuali riguardo al proprio genere sessuale). La varietà di posizioni espresse dai partecipanti – solo per citarne un esempio: tra chi affermava il desiderio di una società che rispondesse solo alle leggi di Dio, e chi sosteneva la necessità di accostare invece le due leggi (il Vangelo e la Costituzione) perché rappresentano due modi per percorrere la stessa strada – va colta in modo positivo per l’obiettivo di libero scambio del nostro laboratorio. Ma sono questioni che mostrano anche il lato avverso della difficoltà di affrontare nodi cruciali e ideologie che toccano nel vivo il dato sensibile e strumentalizzabile della religiosità in carcere.

La pratica del dialogo – o in certi casi, lo sforzo per una reciproca comprensione delle idee – parallelamente alla lettura dei capisaldi della nostra Costituzione, si è sempre rivelato un metodo fondamentale allo scopo di far emergere da un lato in quale vissuto personale s’inserisca il dato religioso; dall’altro far comprendere quale sia il contesto di arrivo e quali siano le regole da rispettare che tutelano tale diritto. Il coinvolgimento diretto della classe, che si è cercato il più possibile di rendere eterogenea (radunando i corsisti di nazionalità e confessioni religiose diverse), ha messo in luce un clima di partecipazione il più delle volte serio, consapevole, interessato e rispettoso delle posizioni espresse, di volta in volta, da parte di tutti i partecipanti. Un clima di scambio reso molto più agevole grazie alla presenza degli ideatori del corso e dei mediatori culturali, che ha contribuito senz’altro al processo di traduzione delle lingue e confronto culturale tra i corsisti. Da qui, appurato l’interesse per il tema e le sconfinate possibilità di approccio ad esso, può senz’altro giungere l’incoraggiamento – per il momento espresso a voce dai nostri studenti: «quando tornate?» – a proseguire il laboratorio anche il prossimo anno, magari decidendo di approfondire gli argomenti che hanno suscitato più interesse nella classe.

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