Carcere tra indifferenza e meraviglia

Liberi dentro - Eduradio&Tv, Regione E-R

di Antonella Cortese

Spesso mi sento chiedere: Liberi dentro Eduradio & Tv che cosa è e che cosa significa esattamente? È un progetto sociale o un progetto radiotelevisivo? Come se necessariamente queste accezioni dovessero essere opposte o avere difetti di convergenza. In effetti, data la sua genesi, è un progetto sociale che si esprime attraverso i media – quindi la TV e la radio – per parlare del carcere e non solo di carcere, al carcere e alle città nelle quali spesso gli istituti penitenziari sono collocati.

Il progetto-trasmissione è nato durante la pandemia, quando abbiamo cominciato un po’ tutti ad usare le parole “isolamento”, “quarantena” (anche se non dura 40 giorni), “distanziamento sociale”, termini ad alta frequenza d’uso tra le spesse mura del carcere, parole che improvvisamente penetravano pesanti e violente attraverso notiziari, programmi e talk show a tutte le ore sugli schermi presenti in tutte le celle di tutte le prigioni in tutto il nostro territorio.

Allora, in quella baraonda mediatica, abbiamo pensato che un mezzo di comunicazione resta ciò che è, uno strumento che assume connotazioni diverse in funzione dell’uso che ne fai.

Così è nato questo spazio di parola e pensiero che per un certo periodo ha provato a sostituire corpi, voci, pensieri, sorrisi cavalcando le onde elettromagnetiche, tornando a dar voce alla prof. che aveva dovuto interrompere le lezioni, al corso di teatro che ha proposto attività a distanza, al sostegno spirituale per non abbandonare nessuno nella desolazione della solitudine e della pandemia, all’attività fisica da fare in cella e allo yoga, ai racconti di quello che succedeva nelle altre carceri e nel mondo.

Oggi la redazione continua il suo cammino, forte del sostegno di Asp Città di Bologna, dell’Azienda Usl e della Diocesi di Bologna, seguita da un gruppetto di affezionato pubblico ristretto e da “liberi” in tutta la regione Emilia Romagna che si sono incuriositi e cominciano a guardare al carcere come a un luogo in cui ci sono delle persone, quelle che scontano una pena perché hanno commesso un errore e quelle che ci lavorano.

Insieme combattiamo una guerra sotterranea, quella all’indifferenza, interrotta di tanto in tanto da episodi di cronaca che ricordano a tutti che si può decidere di morire di propria mano, in un qualsiasi carcere, a qualsiasi età. L’Associazione Antigone riporta che nei primi 8 mesi del 2022 ci sono state 57 persone detenute che si sono tolte la vita nelle carceri. E si sa che l’estate è calda, lunga, pesante.

Tra ferie del personale, sospensione delle attività trattamentali, temperature tropicali, nelle carceri italiane solo ad agosto sono stati registrati 14 suicidi, più di uno ogni due giorni. Eppure, qualcosa si deve fare, perché è indubbio che siamo manchevoli e la nostra società civile quando una persona detenuta in una struttura dello Stato si toglie la vita si deve pur interrogare, da qualche parte c’è uno sbaglio, una superficialità, una distrazione, una leggerezza di troppo.

Liberi dentro Eduradio & Tv ha avuto il piacere di entrare alla Dozza, ossia nella Casa Circondariale Rocco D’Amato di Bologna, durante la cosiddetta “Estate Dozza”, una settimana di eventi proposti dall’Associazione il Poggeschi per il carcere che ha coinvolto diverse associazioni e liberi volontari, e che è stata sostenuta vigorosamente dalla direttrice attuale, insediatasi da pochi mesi, la dottoressa Rosa Alba Casella.

Abbiamo incontrato un gruppo di donne detenute, abbiamo parlato dei nostri programmi, di quanto ci piacerebbe poter realizzare una redazione interna nella quale sarebbero proprio le persone ristrette, insieme ai redattori, a lavorare sui contenuti, il montaggio, la post produzione, dopo averne appreso le basi per poterlo fare. Quindi una redazione mista di ristretti e redattori, che insieme affronti argomenti e notizie da diverse prospettive, partendo dai luoghi del reale, dalle spesse mura del carcere per parlare di giustizia, diritti, salute, vite che si reinventano, giustizia riparativa, ma anche di musica, film, letture, amori, amicizie recise e amici nuovi.

Alle spalle abbiamo più di due anni di esperienza e un’associazione della quale facciamo parte, che si chiama Insight, che si autodefinisce un collettivo di persone che a partire da una multiforme esperienza di ricerche e lavoro formativo si dedica alla conoscenza di alcuni ambiti sociali e umani liminali.

Con le donne del Femminile abbiamo anche ragionato sul significato della parola “meraviglia”, partendo dall’incipit lanciato da un festival di editoria indipendente – Elba book festival – che interrogava i suoi ospiti sul tema e che, tra l’altro, questa estate ha sostenuto il nostro progetto del Libro sospeso donando 160 volumi alle biblioteche delle carceri di Porto Azzurro e della Dozza. È possibile provare meraviglia in un ambiente ristretto?

In uno spazio liminale, quindi per definizione di transizione o di trasformazione come dovrebbe essere il tempo-spazio della detenzione? La domanda resta aperta, ma le risposte sono state piuttosto rassicuranti; La finestra sulla meraviglia deve continuare a rimanere aperta, semmai appena socchiusa se proprio non può restare spalancata, ma guai solo a pensare di chiuderla del tutto.

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