Bologna, carcere, lavoro e misure alternative: 10 anni di FID e l’inaugurazione di Casa Corticella

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“Perché ne valga la pena. Esperienze di reinserimento” è il titolo del convegno, del 25 giugno scorso, tenuto nella casa circondariale di Bologna per celebrare i 10 anni di “Fare impresa in Dozza” (FiD) e l’inaugurazione della nuova Casa di accoglienza don Giuseppe Nozzi, situata a pochi passi dal carcere bolognese Rocco D’Amato di Bologna destinata a persone che rientrano nell’area penale: detenuti e messi alla prova.

Fare impresa in Dozza (FID) è il progetto nato nell’omonima casa circondariale bolognese che offre una misura alternativa alla reclusione attraverso l’inserimento dei detenuti nel mondo del lavoro. Nasce dall’unione di tre giganti del packaging — Gd, Ima e Marchesini Group, a cui negli ultimi anni si è aggiunta Faac — con l’obiettivo di fornire, attraverso la realizzazione di lavori di carpenteria, assemblaggio e montaggio di componenti meccanici, un’opportunità di lavoro stabile e duraturo. Non solo dentro il carcere, ma anche fuori.

Al convegno sono intervenuti Rosa Alba Casella, direttrice del carcere, il cardinale Matteo Maria Zuppi, Maurizio Marchesini, presidente FiD, Alvise Sbraccia dell’Università di Bologna, padre Giovanni Mengoli, presidente del gruppo CEIS, Mauro Palma, garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale ed Emma Petitti presidente dell’Assemblea legislativa. 

Sono “dieci anni di un’esperienza molto positiva che ha saputo resistere nel tempo” ha esordito la direttrice Rosa Alba Casella perché “sappiamo che i tempi del carcere non sono quelli di un’impresa. Fid ha consentito ai detenuti che in questi anni si sono avvicendati nei laboratori non soltanto di conseguire competenza tecniche, ma anche di abituarsi a lavorare in gruppo, a relazionarsi correttamente”.

Non tutti i detenuti, però, possono prendervi parte: «normalmente — ha spiegato il presidente di Fid Maurizio Marchesini —, scegliamo persone con pene abbastanza lunghe, che poi spesso hanno dei benefici e quindi possono uscire in regime di semi-libertà prima della scadenza della pena. In questo momento abbiamo tra le 14 e le 15 persone. In tutto, dall’inizio abbiamo portato circa 50 persone al lavoro». Numeri importanti, ma che da soli non possono bastare. “La strada è ancora lunga, perché, come ogni cambiamento, quello della riabilitazione dei detenuti attraverso l’attività professionale è un processo che richiede tempo e competenze (anche psicologiche) e perché alle difficoltà di natura comportamentale si aggiungono quelle oggettive relative al concreto reinserimento nella comunità: l’accesso all’abitazione, i contesti sociali di provenienza degli ex-detenuti, le barriere del pregiudizio e dell’indifferenza, il comprensibile disorientamento di fronte alla riconquistata autonomia materiale, sociale e relazionale e la mancanza di appositi percorsi di sostegno e di orientamento”.

La pensa così anche l’arcivescovo di Bologna e presidente della Cei, il cardinale Matteo Zuppi, intervenuto all’incontro insieme a Mauro Palma, Garante azionale dei diritti delle persone private della libertà personale. Secondo Zuppi «ci sono troppe poche iniziative, non ci dovrebbe essere un solo detenuto che non abbia un progetto su di sé perché altrimenti il carcere è soltanto punitivo. La società civile deve permettere una funzionalità migliore del sistema carcerario. Fa parte di una responsabilità comune. Dobbiamo ricordarci che con poco possiamo fare molto e tutti dobbiamo fare qualcosa».

Il rischio di un carcere che semplicemente contiene le persone detenute ma non le rieduca è, secondo il garante nazionale dei detenuti Mauro Palma,  quello di una pena fatta di “tempo sottratto e privo di significato. Un principio da tenere sempre presente che la pena è già la privazione della libertà personale, dunque non si va in carcere per essere puniti”.

Dunque l’obiettivo di iniziative come queste, ha chiosato Emma Petitti, presidente dell’Assemblea legislativa della Regione, “è contrastare la discriminazione sociale e l’esclusione lavorativa delle persone che hanno vissuto un’esperienza detentiva, questo anche attraverso la formazione e il lavoro” che anche in carcere, è un diritto e un segno di civiltà. “Le imprese e le cooperative attive nelle carceri, numerose in Emilia-Romagna, hanno un ruolo determinante rispetto a questo orientamento, proprio per assicurarsi che i progetti di inclusione lavorativa e sociale possano portare a miglioramenti concreti nella vita delle persone recluse”. 

Infine un’ultima battuta sulla recidiva che, come ha ricordato padre Giovanni Mengoli, presidente del Gruppo Ceis, durante l’inaugurazione della Casa di accoglienza Don Giuseppe Nozzi in zona Corticella, per chi sconta la pena in misura alternativa si abbassa del16-20% contro il 66-70% circa di chi sconta la pena interamente in carcere. Si tratta di dati che “dovrebbero motivare la realizzazione di opportunità di accoglienza come questa”. Anche perché «con l’accoglienza in misura alternativa si ottiene una drastica riduzione dei costi, pari a circa due terzi rispetto alla detenzione». 

All’inaugurazione c’era anche il sindaco Matteo Lepore: «Questo è un luogo di vita e di cittadinanza. Non offre solo un tetto alle persone ma la possibilità di incontrarsi e lavorare insieme. Grazie per questa realtà a cui date vita».

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