A chi serve buttare via la chiave?

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di Antonella Cortese

È meno di un anno che, grazie a Liberi dentro Eduradio&Tv, mi sono avvicinata al cono d’ombra che incombe sulle nostre città. Non tutte ma molte hanno uno spazio che offende la vista, una muraglia anonima e triste che snatura la bellezza del cielo e ci ricorda ciò che è e che è stato. Quando parlo di carcere con le persone che non ne hanno contezza, che quando ci passano lo escludono dalla vista o lo guardano con un misto di paura e ribrezzo, quando affronto qualche argomento carcere correlato, quasi sempre la reazione è retributiva e la proporzione “reo: al carcere= sicurezza: a cittadino onesto” passa negli occhi di chi tenta di ascoltare qualcosa che preferirebbe non conoscere e finisce lì.

Il carcere è là e rappresenta la nostra coscienza, ci ricorda che possiamo sbagliare premeditatamente, per distrazione, per necessità, e questa non è un’assoluzione. Nello stesso tempo è qualcosa che evitiamo accuratamente perché ci riteniamo superiori a quelli che hanno, appunto, sbagliato e che per molti devono marcire là dentro e le chiavi devono essere buttate. Molto spesso la persona reclusa perde la sua identità per diventare il suo reato: il ladro, l’assassino, lo stupratore. Un reato che cammina, che mangia e dorme, che soffre e gioisce (poco). Molto spesso ci dimentichiamo che siamo fatti della stessa materia, che abbiamo gli stessi bisogni primari e lo stesso bisogno d’amore. Ho imparato a parlare delle persone ristrette premettendo sempre la parola “persone”, non per mero esercizio stilistico o per il politicamente corretto, ma per ricordarmi sempre che, prima di ogni cosa, sono persone.

Ho capito che il carcere, l’istituzione assoluta per eccellenza, può essere un buco nero, un luogo dove perdersi e reiterare la sofferenza, il posto in cui alcune posizioni possono radicalizzarsi e a fine pena la persona può uscire ancora più estranea al mondo e reiterare il suo comportamento criminoso: lo dimostrano gli alti tassi di recidiva, circa il 70% torna a delinquere. Non è un’assoluzione ma un grido di protesta quando penso al reparto psichiatrico “Sestante” di Torino, allo stato in cui quei detenuti hanno vissuto, nella paura, nell’abbandono e nella sporcizia e, peggio ancora, nell’indifferenza di tutti. La turca a vista, la lampadina fulminata da giorni, le terapie prescritte e mai più verificate. “Come stai?” Ce lo diciamo continuamente noi liberi quando ci incontriamo per strada, una forma di saluto che a volte, purtroppo, non esercita il suo vero potenziale che è quello di sganciarsi dalla formalità del convenevole per diventare “voglio veramente sapere di te”.

Ebbene, “come stai?” credo sia una frase in generale poco usata in carcere, ed è la locuzione che nessun libero userebbe nei confronti di un reo, perché nell’atto criminoso ha infranto il patto sociale e ci ha resi insicuri, esposti. Pensiamo davvero che il carcere dell’abbandono possa salvare qualcuno e consegnarlo a nuova vita? È necessario analizzare, riconoscere e ammettere l’errore, scusarsi con le persone che sono state ferite e oltraggiate e, per tornare a vivere, scontare la pena detentiva attraverso una ricostruzione rigenerativa, un investimento sulla persona ristretta che deve essere sostenuta, motivata, alimentata e, non vi scandalizzate, circondata di bellezza. A chi serve buttare la chiave? 

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